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Monti lava più bianco secondo i sondaggi

Da molti anni c’è un oggetto di consumo che non sembra passare di moda e che è stato in qualche modo il cuore del berlusconismo e del declino democratico del Paese: i sondaggi di opinione. Probabilmente quando Gallup inaugurò questo sistema nel 1936, non immaginava che esso sarebbe servito per influenzare l’opinione pubblica piuttosto che analizzarla. Sta di fatto che anche con il tramonto del cavaliere siamo bombardati di indagini vere o presunte sul consenso verso Monti che lasciano piuttosto perplessi vista la radicale antitesi a ciò che ci capita di sentire ogni giorno.

Di fatto l’indagine demoscopica in campo politico è diventata un problema di democrazia perché  mentre sembra dare voce all’opinione pubblica con una patina di oggettività e di scientificità, in realtà è mediata attraverso strumenti e operatori che non sono affatto neutrali. Non lo sono nemmeno volendolo perché esiste un vincolo conoscitivo e di interesse che non può essere corretto. In primis i sondaggi vengono fatti da società che in quanto tali hanno legami economici, clientela e oggettivi interessi politici; in secondo luogo esse conoscono il committente e i suoi “desiderata” che siano espressi o meno e tenderanno ad assecondarli perché questo porterà nuovo lavoro e nuovi contratti.

Se la statistica inferenziale fornisce ai sondaggi un apparato scientifico, sono le condizioni stesse in cui l’indagine politica si svolge che lo mette in crisi. Nella pratica le variabili implicate in un sondaggio sono tali e tante, molte anche di natura psicologica, che da una parte è impossibile a chi legge giudicare della sua correttezza, dall’altra rende facilissima la sua alterazione. Per fare un esempio banale, spesso si nota che una notevole percentuale del campione preso in esame, non ha risposto.  Questo semplicemente significa che il sondaggio non ha alcuna validità, visto che il campione ridotto non è più rappresentativo. Questo senza dire che, quatta quatta, la società di sondaggi può aver fatto le sue telefonate in ore in cui una parte ben conosciuta del campione e sfavorevole ai risultati che si vogliono ottenere, è fuori casa per lavoro. Trucchetti: in un mondo normale dovrebbe essere vietato pubblicare i risultati di sondaggi a cui non ha risposto almeno il 95% del campione.

Ammesso che il campione stesso sia valido. Perché se le considerazioni fatte hanno un valore generale in Italia assumono un significato inquietante perché sembrano fatta apposta per permettere il mercato delle vacche statistico: infatti le nostre aziende del settore, caso unico al mondo, non aderiscono ai criteri di qualità che hanno il loro riferimento nell’ American association for public opinion research. Soprattutto esse non sono obbligate ad adottare come standard un campione probabilistco, vale a dire l’unico che garantisca una effettiva rappresentatività secondo la teoria statistica. Ora se un’azienda di detersivi vuole risparmiare e si accontenta di campionamenti più economici sono fatti suoi , ma quando questi stessi campionamenti vengono utilizzati per i sondaggi politici, la cosa cambia aspetto e sarebbe obbligatorio premettere alla pubblicazione dell’indagine la stessa frase utilizzata per i sondaggi on line: che non hanno validità scientifica e che sono soltanto indicativi..

Anzi tanto varrebbe farli direttamente in redazione che si risparmierebbe. Paradossalmente i sondaggi veri, quelli con un minimo di correttezza, non vengono mai resi pubblici e rimangono riservati agli occhi di pochi. A noi rimane l’invito non esplicito a fare gregge con una immaginaria maggioranza inventata dalle piccole minoranze che davvero comandano.

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