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Piazza Syntagma, Val Susa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La Val di Susa è diventata la piazza Syntagma d’Italia. Lo è diventata naturalmente ma l’hanno fatta diventare, per indifferenza, supponente e arrogante, alle ragioni degli altri, per calcolo: per evitare con la repressione, l’eventualità vergognosa e impresentabile ai padroni europei che si percorra la strada del negoziato e della concertazione, aborriti da chi preferisce l’autorità all’autorevolezza e i tecnicismi esclusivi e incondizionabili alle soluzioni condivise. E poi per criminalizzare così la plebe, quella che, ribellandosi, dà in escandescenze, ha cattiva stampa e così poco successo di pubblico, anche tra affini fermi coi treni di pendolari fuori dalle stazioni. Perché un risultato va riconosciuto a quello che promette di essere il governo più iniquo degli ultimi 150 anni, aver prodotto una tremenda e forse irreparabile frattura sociale, spezzato vincoli antichi, esaurito ogni forma di solidarietà e coesione: giovani contro aspiranti pensionati, figli e padri, precari e sedicenti garantiti, operai e impiegati, tutti uniti solo dal risentimento che si alimenta nelle guerre tra poveri scatenate dai potenti.

Invece ha ragione il Simplicissimus, tra molte approssimazioni, il serpeggiare di qualche interesse privato in ambiente pubblico, un pizzico di luddismo alla Petrini, di quello che possono concedersi solo le anime belle fornite dei mezzi per esserlo, qualche eccesso di “cultura contadina”, quella lotta ha spinto molti verso saperi comuni, verso una forma di acculturazione che è cresciuta nello scambio e nella curiosità, verso una riflessione collettiva sulle ragioni non solo emotive del proprio agire.
Con una potenza alla quale informazione e governo – e diversamente al governo – hanno risposto come i cretini dello spot che strillano tenendosi tappate le orecchie per non stare a ascoltare le voci degli altri, vedi mai che li possano convincere.

Ci sono momenti nei quali perfino il campanilismo e il localismo prendono respiro morale e si allargano, le idee domestiche leggére si rafforzano contro le grandi opere pesanti, riuscendo a mettere insieme i frammenti delle fabbriche, la disillusa malinconia degli esclusi, ridando forma e unitarietà a un territorio civile nel quale anche chi è lontano si riconosce, ricreando legami e connettendo memorie e aspettative. Un territorio segnato da un deficit di democrazia che incide sull’ambiente, sul lavoro, sulle risorse, sulla cittadinanza e sullo stato: le opere faraoniche sono così, chiusi i cantieri, gli operai stanno a casa, gli avventizi tornano irregolari, le risorse sono dissipate, il denaro è evaporato, lo stato – il project financing è una delle tante promesse illusorie del mercato finanziario – è più indebitato, ben pochi di noi salgono su quei treni o attraversano quel ponte sullo Stretto e i suoli, i fiumi, i boschi occupati e feriti non tornano come prima. La soddisfazione e i profitti godono di un regime monopolistico si sa, a favore delle grandi società di gestione e dei grandi finanziamenti, del coinvolgimento diretto di banche e alta finanza coinvolti non per assumersi l’onere della spesa, ma solo per fare da schermo temporaneo a un finanziamento che alla fine ricade sul bilancio pubblico. Come dimostra l’esperienza estera o da quella delle tratte Torino-Milano-Roma-Salerno che dovevano essere finanziate almeno per metà dai privati: i loro oneri gonfiatisi nel corso del tempo da 6 a 51 miliardi di euro (ma molti costi sono ancora sommersi e, una volta completate le tratte in progetto, supereranno i 100 miliardi) sono stato interamente caricati sul debito pubblico e quindi su di noi, che quei treni forse non vedremo neppure passare.

La verità è che al governo dei tecnici la verità non piace. Per manometterla spinge sulla necessità in modo da ledere i diritti, o sulla fretta imposta dall’appartenenza a un contesto che diffida di noi. In realtà l’Ue ha rimesso in discussione la questione dei fondi, per i progetti e delle priorità delle Reti trans europee. Lo stesso Accordo intergovernativo fra la Francia e l’Italia sarà ratificato solo quando sarà confermata l’entità dell’intervento finanziario della UE, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né così vicini.

Sono tecnici “presciolosi”, vent’anni sono stati troppi ma non abbastanza per loro. Le Olimpiadi si sono accantonate per inadeguatezza a governarne gli aspetti più complessi, ma in questo caso non si può perdere tempo con altri approfondimenti, altri studi, altri tavoli, ci sono promesse forse opache e comunque pressanti da mantenere. E l’unico tavolo desiderabile è quello del banchetto.
Il potere dei tecnici si disfa anche della sua cifra, dichiarandosi indisponibile a dialogare sui contenuti tecnici e scientifici, come in tutte le materia che riguardano gli interessi generali dimostra un sovrano disinteresse a ascoltare, negoziare, dialogare poi è un oltraggio per loro, perché il tracciato, o il sopruso, è segnato e loro vanno avanti intemerati e inesorabili.
Lo possono fare perché li legittima la buia eclissi della politica e dell’informazione ormai ridotta a un altoparlante confuso e becero che gracchia la verità di regime.

Al potere dei “tecnici” e al rigido paradigma neoliberista di cui sono ubbidienti esecutori è difficile resistere: il dissenso si manifesta soprattutto nella “piazza”, come è avvenuto in Grecia, Spagna, Portogallo e ora con fuochi improvvisi in Italia. Ma si tratta di fenomeni che incidono poco sui processi decisionali, prive come sono di una rappresentanza politica. E si consolida così un accidioso senso di impotenza nei cittadini, un senso di perdita amara per l’espropriazione della sovranità popolare, intrecciata ormai con quella nazionale. Ieri a Roma abbiamo subito l’affronto di una manifestazione di opposizione politica alla politiche dei tecnici, della Bce e del Fmi mescolata oscenamente con i gadget della RSI e la paccottiglia infamante della destra xenofoba e e razzista che nel vuoto è pronta a insediarsi e insidiare le istituzioni e la società.
E non è un caso che le sue parole d’ordine finiscano per intrecciarsi a quelle della destra populista europea, quella in doppiopetto, gestisce le tensioni sociali contrapponendosi non solo al ceto politico nazionale ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie che dominano a livello internazionale. L’humus che le alimenta è lo stesso, intriso della stessa ideologia, quella dei poteri forti che rifiutano ogni tipo di solidarietà per gli stati in difficoltà, che penalizza le pratiche della democrazia partecipativa ma al tempo stesso svuota quella plebiscitaria, che avvilisce gli stati, per far prevalere gli interessi privatistici.

Una volta nelle piazze giocavano i bambini, ci si passeggiava guardandosi e innamorandosi segretamente, le bande ci suonavano musiche piene di memorie e speranze, ci si riuniva per raccogliersi intorno a terribili notizie o per ritrovarsi nel sollievo del pericolo passato. Erano e restano gli spazi della civiltà, della cittadinanza e del ragionare insieme, riprendiamoceli.

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