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Impiegati

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è la direttrice del Colosseo e la guardia carceraria, c’è il pompiere e il tecnico radiologo, c’è la ferrista del San Carlo di Nancy e la bibliotecaria. Li ha intervistati una mia amica che si chiama Paola Lo Mele, una giovane giornalista, “collaboratrice” di alcune testate, ché si chiama questa forma indefinita e vulnerabile di lavoro precario, anzi flessibile, come piace al governo. Così questi ritratti sono andati a formare un libro che si chiama Impiegati e che è a sua volta un ritratto di come vivono il loro lavoro i dipendenti pubblici, quelli garantiti, quelli tutelati, e per questo oggetto del risentimento di chi si sente meno sicuro, bersaglio dei pregiudizi propagandistici di vari ministri, vittima dei luoghi comuni più triti sul parassitismo dei travet.

Paola non dice se la scelta è stata sapientemente compiuta tra piccoli eroi quotidiani, con una comprensione peraltro encomiabile in una trentenne non garantita, che evidentemente non soffre di livore generazionale o professionale. Ma è invece probabile che sia davvero così nutrito di gente per bene il ceto di lavoratori malpagati, vilipesi, avviliti economicamente e moralmente, e che tuttavia continua a impegnarsi individualmente con una tenacia disperata. E che sia tremendamente vero che queste potenzialità sono sfruttate dall’autorità pubblica, che si sostiene attraverso il loro volontariato, piuttosto che con l’organizzazione e l’efficienza. Con il risultato che di fronte alla indifferente trascuratezza da un lato e alla militanza solitaria e disorganica dall’altro la Pubblica amministrazione è sempre più degradata la politica sempre più colpevolmente e protervamente dimissionaria e i cittadini sempre più abbandonati in un mondo separato e disilluso.

Tra tanta pessima letteratura e cattiva stampa su assenteismo, fannullaggine, fancazzismo, scioperataggine oziosa e altri stereotipi – cari alla cieca collera con la quale la vecchia e la nuova destra, quella liberista, si accaniscono contro mestieri che vengono trattati come pratica residuale parassitaria e clientelare – ciascuno di noi ha avuto a che fare con operatori che il più delle volte si presta con abnegazione per offrire servizi e soluzioni indispensabili ai cittadini, in condizioni di emergenza, inefficienza, tagli lineari alle amministrazioni, riduzione di risorse e personale. Funzionari di assessorati ai servizi sociali costretti a ricevere portatori di handicap nell’atrio, al piano terra, in piedi e col cappotto addosso perché nell’ufficio non c’è l’ascensore. Pompieri che prima di correre sul luogo dell’incendio si devono riparare da soli l’automezzo vetusto. Vigilanti di musei, entrati dopo un interminabile precariato pensando che fosse la strada impervia ma necessaria per un gratificante impegno di “mediazione culturale”, che si parano davanti alle porte di sale cadenti, in rovina e polverose con le opere affastellate e non catalogate. I due assistenti sociali che dovrebbero assistere 400 anziani precipitati nella povertà, compresa quella umana, senza amici e solidarietà. O l’infermiera in ginecologia che non ha nemmeno i guanti per togliere il catetere alla paziente o pulirla. E che se li porta da casa o li va a elemosinare in altri reparti.

Gente cui il precedente governo ha tagliato straordinari, bloccato le retribuzioni e i turn over. E ha chiuso le porte ai giovani e alle nuove professionalità, annientando le potenzialità dell’innovazione, a un tempo requisito di efficienza e di riduzione degli sprechi.
Gente che poi vive, da utenti e cittadini, l’impoverimento del welfare, l’umiliazione dell’istruzione, la sostituzione dell’assistenza pubblica con la “cura” familiare e domestica sempre più avvilita, misera e stanca, che manda i figli a scuola dotati di carta igienica e detersivi, che aspetta mesi per un accertamento medico, che viene espropriata di una casa magari per metà pagata, da banche sempre più rapaci.
E che ha assistito impotente o incollerita o purtroppo, spesso, disincantata, indifferente e accidiosa, allo sperpero del denaro pubblica, alla circolazione collusa e opaca di favori, alla pratica endemica, tollerata se non gradita e largamente condivisa, del clientelismo, del familismo, della corruzione.
Troppi e per troppo tempo abbiamo fatto finta di credere che la questione morale fosse tema etico alto o basso problema giudiziario. Mentre è fatta di competenza, trasparenza, efficienza, equità nella fornitura efficace di servizi, nella tutela di diritti, nella condivisione di responsabilità.

Non ci sono molte speranze sul domani degli impiegati e su quello dei cittadini. Il precedente governo picconava stato e tessuto sociale per farne roba sua, al servizio di una oligarchia intenta al magico stravolgimento del bene pubblico, compresa la costituzione, compreso il Parlamento, in bene personale. Questo governo in carica che proprio oggi dice che è destinato a finire presto perché “fa bene”, vuole e fa solo il bene di una plutocrazia ancora più separata, estranea e avida: per compierlo svuota a comando e su commissione stato, beni pubblici, prende a schiaffi la volontà popolare, nega ascolto e diritto di parola alle parti sociali e anche a partiti sempre più sciaguratamente impauriti e neghittosi, minaccia, ricatta, spaventa, umilia diritti che vuole ridurre a privilegi per pochi, scatena conflitti riducendo la cittadinanza a un campo di battaglia dove si sfidano sterilmente e disperatamente i poveri, sempre più poveri mentre i ricchi sempre più ricchi stanno a guardare con sobrio distacco. Anche per gli impiegati, come per tutti i cittadini, essere al servizio degli altri può voler dire anche disubbidienza.

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