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L’onorevole Fuffa

L’ultima improvvida intervista  di Veltroni che per non lasciare Monti alla destra propone al Pd di farsi destra e di rinunciare al “tabù” dell’articolo 18, non è solo una dimostrazione di opportunismo e vacuità,   ma chiude un ciclo, anzi un circolo vizioso cominciato con gli anni e ’80 e divenuto uno dei motori della seconda repubblica: il disorientamento della sinistra durante il crollo dell’Urss ha prodotto i D’Alema e i Veltroni e questi a loro volta hanno annientato qualsiasi capacità di elaborazione politica riportando tutto sul piano della tattica, degli apparati e della “comunicazione” mediatica.

Stefano Fassina, uno dei responsabili economici del Pd che certo non è un pericoloso marxista, ha replicato con una lettera (Caro Walter ) in cui in sostanza spiega  all’illustre produttore di interviste che non solo non ha capito un’ acca della manovra Monti e della sua essenza di destra, ma che evidentemente non ha mai capito ciò che lui stesso ha detto in quel noto e triste discorso del Lingotto, capolavoro di fuffa assoluta astutamente somministrato da uno degli epicentri delle lotte operaie. Come ha fatto notare Anna Lombroso, secondo i criteri dell’attuale governo Veltroni sarebbe un supersfigato visto che pur andando verso  i ’60 non ha ancora una laurea e nemmeno un diploma serio. Ma con i Martone condivide le stimmate delle generazioni che si sono fatte avanti al tempo del craxismo e poi durante la notte berlusconiana: quella di essere immagine senza troppa sostanza, espressione di un Paese che complessivamente ha rifiutato di mettersi a pensare al proprio futuro dopo la caduta del muro e che ha fatto della “concretezza” l’alibi per non cambiare nulla. Non è un caso, anzi è simbolico, che il kennediano, clintoniano, obamiamo Veltroni, così  apparentemente attento al mondo americano e sdoganatore del gergo anglosassone nel mondo della sinistra, in realtà  conosca l’inglese peggio di Rutelli: pliz visit mai cauntri.  E un ventennio di dichiarazioni mi fanno dubitare che abbia mai letto le voci Marx, comunismo, socialismo, sinistra, economia politica sulla garzantina in due volumi.

Questo mese cade il ventennale non solo dell’arresto di Mario Chiesa e di quella breve stagione di legalismo che si sostituì alla progettualità politica, ma anche della firma del trattato di Maastricht: entrambi rimasero lettera morta perché la destra continuò a finanziare col debito pubblico il malaffare travestito da perbenismo e le cricche, mentre la sinistra non seppe fare di meglio che servirsi di quello stesso debito per alimentare un welfare anomalo e clientelare che erodeva i diritti per passare attraverso la cuna del potere dei partiti. Non c’è da meravigliarsi che con i nodi che vengono al pettine gli stessi personaggi di vent’anni fa, si scoprano senza bussola e senza direzione, lasciando vagare il proprio opportunismo in un magma indifferenziato, dove appunto ogni tabù può essere infranto, purché restino i totem del potere personale.

Non so se risvegliarsi una mattina e scoprire di non aver mai elaborato delle idee, pur essendo convinti di averne, sia più traumatico che uscire dal sonno sotto forma di insetto. Non so se Veltroni possa essere Gregor Samsa, come in qualche modo lo è oggi l’intero Paese, ma temo che presto si accorgerà che la famiglia a cui pensa di appartenere si arrangerà egregiamente senza di lui e che anzi sarà una liberazione tornare alla politica, lasciando la miseranda scacchiera dei giochini e delle parole, delle necessità e degli apparati, alle pedine, torri, cavalieri che l’hanno disinvoltamente e ciecamente popolata.

Ora il Paese bisogna salvarlo davvero, sia dai suoi politici che dai suoi tecnici, dalle illusioni e dalle frasi fatte, soprattutto dalle immagini e dalle improvvisazioni, dai salotti e dai giri di potere. Questo sì, svegliarsi una mattina e ricominciare a pensare,  è la metamorfosi che ci aspettiamo. Oltre che la vera necessità.

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