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Olimpiadi no, caccia sì

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Non lo nego: sul momento la soddisfazione di vedere restare senza l’osso quei due bambocci corrotti di Alemanno e della Polverini mi ha riempito di gioia. Ma poi il fatto che il governo non se la senta di firmare una fideiussione di 4, 3 miliardi per le Olimpiadi a Roma, mi è suonata come l’ennesima sconfitta del Paese e come segno che i ragionieri che ne tengono le fila obbediscono a logiche molto vicine a quelle “greche”. Perché i 4 miliardi no e i invece si ai 16 (che diventeranno 30) per i caccia F35 che oltre ad essere dei bidoni non ci servono proprio a nulla?

D’accordo che quei 4 miliardi rischiano facilmente di raddoppiarsi  a causa delle cricche e della nota corruzione in fatto di appalti: ma proprio per questo sarebbe stata una sfida in nome della legalità e della correttezza, dell’efficienza e della trasparenza. Una sfida contro i veri nodi che soffocano l’Italia, ma che si è rinunciato ad affrontare alla radice nella convinzione che essi non possano essere combattuti o ancor peggio nell’idea che non debbano essere combattuti. Del resto di sforare o di sprecare capita anche con gli aerei: l’annunciato taglio di 40 cacciabombardieri è dovuto in parte al continuo aumento dei costi e in parte al fallimento del programma del tipo di F35 da piccole portaerei, l’unica ragione per cui si è speso un miliardo per varare la Cavour. Un taglio che in sostanza è l’eredità di uno spreco che finora è costato tre miliardi tra progetto  e intempestive spese navali.

Ma allora che ci sta a fare il governo? A fare tagli sociali, ad avallare l’idea che i diritti siano in contrasto con l’economia e a seguire la lista degli acquisti imposti da altri? Secondo questa logica nella quale un risanamento non va nemmeno tentato non si farà mai nulla e si spenderà e spanderà solo per ingrassare le banche o per acquistare arnesi del tutto inutili  con un ritorno economico minimo e uno assolutamente insignificante dal punto di vista tecnologico. Certo una Olimpiade, anche ammesso di vincere la gara, seppur fonte di preoccupazione da ogni punto di vista, sarebbe stata un volano incomparabilmente più grande, sia di lavoro che di immagine.

Riflettendoci bene Alemanno e la Polverini sono solo in apparenza degli sconfitti: lo sono come singoli personaggi, ma la logica clientelare e opaca che rappresentano così egregiamente, è stata dichiarata insormontabile e ineludibile, senza nemmeno provarsi a cambiare davvero le cose. E anche quella politica che plaude al “risparmio”  operoso sullo sport, ma tace sulla dilapidazione assurda in strumenti di guerra, si è evidentemente arresa a questa logica. Non siamo Paese da Olimpiade, non siamo Paese da speranza: siamo ormai un grande magazzino costretto ad acquistare cose inutili per compiacere questa o quella potenza e le cui parti migliori verranno presto svendute. Inutile girarci attorno: se il solo modo di combattere le cricche già pronte a saltare sulle Olimpiadi è quello di rinunciare alle occasioni, abbiamo già chiuso bottega.

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