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Arroganza ad eternit

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Eternit, sentenza storica. L’avevano scritto anche della Thyssen, “sentenza storica”. E dovremmo essere soddisfatti: giustizia è fatta. Invece lo saremmo se fosse una sentenza di cronaca, se fosse naturale e, appunto, giusto che i crimini in nome del profitto come tutti i delitti premeditati fossero puniti con il massimo della pena e in tempi equi e ragionevoli. E le vittime risarcite. E i potenziali trasgressori dissuasi al reato. E i cittadini appagati che giustizia è fatta.
Stavolta non sentiremo scrosciare gli applausi dell’assemblea di Confindustria all’ingresso dei due assassini, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, convertitosi all’ecologia e alla filantropia, e il barone belga Jean Louis De Cartier De Marchienne, titolari dell’azienda in Italia dal 1966 al suo fallimento 20 anni dopo. Ma solo perché i due vivono felicemente altrove e l’aria italiana anche per via dell’inquinamento no è salubre per loro.
Ma quando il P.M. Guariniello ha detto “e ora la Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro”, uno dei loro avvocati difensori, con un avvertimento mafioso ha riproposto il solito ricatto degli industriali di tutte le latitudini e longitudini: se lo fate scoraggiate gli investimenti stranieri in Italia. Proprio quello che disse la signora Marcegaglia accogliendo con tutti gli onori i killer della Thyssen. Proprio quello che dice il governo a proposito di altri delitti ai danni delle garanzie e dei diritti. Probabilmente quello che pensò Prodi tenendo tra le mani l’ossimoro supremo, il premio Eternit istituito dal filantropo ecologo Schmidheiny, noto per essere un sostenitore entusiasta delle campagne anti-fumo, meglio tenerseli buoni, si sarà detto, non si sa mai e in fondo se lo è preso anche Kofi Annan.

Per dire la verità investire in Italia nel sistema delle medie e grandi imprese non è poi così difficile: dagli anni 90 la svalutazione e la crisi hanno permesso un disinvolto shopping a buon mercato, alla barba dell’articolo 18. E forse un governo, una classe imprenditoriale e una cittadinanza moralmente solidi dovrebbero considerare poco desiderabili invasioni aziendali da manager e padroni bricconi, che ci scelgono per fare strame di sicurezza, tutele e garanzie.
Ma siamo in presenza di governi interessati alla sicurezza e alla tutela dei profitti di una padronato amico, a imprenditori dediti all’accumulazione e agli investimenti in cedole, a una cittadinanza convinta anche dalla cattiva stampa che gli operai non ci sono più come le classi e la miseria, finchè non si accorgono che sono morti loro o il loro diritti.
Si vede proprio che la strategia mondiale dello sviluppo illimitato il pensiero unico e rapace ci vogliono tutti ridotti in schiavitù, grati e riconoscenti di poco pane e nessuna tutela, tutti irregolari, ma loro dicono flessibili, tutti clandestini in un mondo per ricchi e di ricchi.

Così sembra paradossale e grottesco che si dica che ispiriamo poca fiducia perché è rischioso investire in un paese che registra una così pesante pressione da parte della criminalità organizzata. Dove si fa qualcosa solo se si è conniventi con una classe politica corrotta.
Si vede che in tutte le famiglie esiste la possibilità di malintesi, dissapori e divergenze: pochi quanto i due padroni dell’Eternit, o quelli della Thyssen, o quelli dell’Icmesa sembrano essere assolutamente congrui e omogenei per organizzazione e malaffare al mondo del crimine, ormai globale e diffuso e infiltrato. Tanto che è diventata una cifra dell’ideologia e dell’azione liberista imporre a nazioni di mettere in liquidazione beni, tutele, lavoro, bellezza e destini delle persone in cambio di fucili, cannoni, bombardieri.
Certo non è una novità che il mercato risponda a crisi e a speculazioni esuberanti consigliando la guerra. Trovando un nemico per poterla scatenale. Stavolta il nemico è la sovranità. E i popoli, la libertà, e l’umanità. E non è certo la prima volta.

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