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Un governo di ghiaccio

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Mappa di un paese in rovina. L’Italia è crollata». Il grido di dolore è datato 1975 è di Antonio Cederna, che però traeva motivi di conforto dalla costituzione del ministero dei Beni Culturali e Ambientali, cui guardava come a un organismo di “salvezza nazionale”,  vista la gravità dello stato in cui versava il patrimonio culturale e naturale del Paese.

Cederna non c’è più ma i suoi allarmi si  susseguirono, malgrado al Ministero dei Beni Culturali si fosse poi aggiunto quello dell’Ambiente. Come si sono susseguiti i crolli a Pompei, gli eventi catastrofici effetto del dissesto idrogeologico, le calamità “naturali” frutto del sacco del territrio.

Ma c’è una novità: il silenzio assordante del governo, niente promesse, niente carità pelose, niente esternazioni. Non che volessimo vedere un Monti a torso nudo che spala la neve, per carità, anche se l’uomo non sembra alieno da una inedita inclinazione a occupare schermi e pagine di rotocalchi.

La discrezione però ha dei limiti e avremmo voluto sentire e toccare un sia pur soave e discreto interessamento per quello che sta accadendo nel Paese, qualcosa che sta diventando l’allegoria del nostro disastro e che riverbera un’immagine poco rassicurante dell’Italia cialtrona e impotente davanti a una nevicata a febbraio, e  proprio presso quelle potenze alla cui occhiuta e sussiegosa opinione il governo tanto tiene.

Invece nulla, salvo un generico richiamo alla necessità di prevenire, e d’altro canto il professore parlava da posti dove di neve se ne vede tanta e forse non voleva sembrare un provinciale. D’accordo, non rimpiangiamo l’iperattivismo farneticante di anni e anni di emergenze favorite, promosse e auspicate per rafforzare un sistema perverso di leggi speciali, commissari straordinari, decisionismi aberranti per nascondere quella esplosiva miscela di degrado e malaffare. Ma sono altrettanto inquietanti anche i sibili che vengono la lontananze siderali e che potrebbero evocare altrettante opacità, magari eleganti e austere.

Il fatto è che il territorio, l’ambiente e le risorse per questo governo non rappresentano certo una priorità. L’yubris privatistica porta a far dimenticare che i beni comuni, risorse, suoli, aria, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive, ma soprattutto che devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Che incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell’interesse delle generazioni che verranno.

Se invece lo spirito che anima scelte e politiche è quello del mercato e del profitto, anche la bellezza, l’aria, l’energia, il sapere – come il lavoro – diventano merce, da tutelare solo se rende. Così è stato: sacrificando il domani di tutti (delle generazioni future) all’immediato profitto dei pochi, la scuola viene taglieggiata, la ricerca e l’università sono mortificate dall´ormai congenita mancanza di risorse; le spese per la cultura, il teatro, la musica, le arti, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico sono considerate non (come in altri Paesi anche governati dalla destra, come in Francia) come un investimento produttivo, ma come un lusso da evitare, un terreno di scorrerie privatistiche e un privilegio per pochi.

E così c’è da temere che sarà. Questa spocchiosa inazione di oggi è il contro canto al dinamismo e all’affaccendarsi per cancellare la volontà popolare, due manifestazioni speculari ed esemplari della stessa avversione per la società civile e per i cittadini. Non stupirebbe, nel segno della continuità, una ripresa dell’ipotesi fantasiosa di “privatizzare” nel segno di una efficienza proficua e sbrigativa, la protezione civile. Come non stupisce che il governo che ha stornato una piccola parte dell’impero su ferro per accontentare gli appetiti espansionistici di un amico e affine, preferisca gli investimenti per la Tav a quelli per i pendolari. Nemmeno che un Ministro con delega alla disperazione guardi con pietà monopolistica ai barboni, con più compassione per quelli che preferiscono Sant’Egidio a quelli che muoiono oscuramente e sommessamente nelle città moderne e globali, riscaraventate nella barbarie dal gelo e dall’indifferenza.

Mi stupisce solo che non sia il nostro urlo di rabbia a scuotere quel silenzio per far sentire le ragioni dei torti subiti.

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