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Tecnici di profitto

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

In un monotono ripetersi stagionale i governi Berlusconi hanno promesso, o minacciato, politiche di liberalizzazione che avevano le fattezze di “licenze” arbitrarie. Non ci eravamo mai spaventati più di tanto, viziati come eravamo dalla loro inazione.
Adesso invece è proprio il caso di fasciarci la testa: la liberalizzazione forte di ideologia e povera di idee del Governo Monti, altrettanto discrezionale dà a questi processi il carattere spocchioso e risentito di privatizzazioni contro lo stato a favore di quei contro-poteri così moderni da pensare che i diritti siano ciarpame, l’equità un contentino, la lotta all’evasione un blitz una tantum contro gli sfrontati in suv e zibellino. Così “europeo” da chiamare lobby le vecchie corporazioni e così “facoltativo” da puntare sui soliti: tassisti romani, farmacisti, edicolanti come se fosse da attribuire loro il baratro e l’inadeguatezza alle magnifiche sorti e progressive della turbo economia.

È una naturale inclinazione del Presidente del Consiglio, discernere a volte in modo un po’ azzardato: Microsoft, ma non assicurazioni italiane o Fiat o case farmaceutiche o multinazionali dell’incauta alimentazione. Ma lui è un tecnico e avrà avuto le sue buone ragioni. Ne ha meno l’estatica stampa italiana di tutti i regimi: ieri Repubblica si è lanciata in una brillante dissertazione sugli spazzacamini inglesi che minano competitività e crescita, ben più si direbbe del monopolio esclusivo e dinastico dei nostri notai. E come se anche questo governo non abbia aperto cantieri di moltiplicazione di addetti ai lavori in una società senza lavoro, che dovranno “assisterci” nelle tortuose strade della regolarità fiscale, pensionistica, catastale e così via.

Ma non possiamo aspettarci di meglio da un governo di bocconiani castali e da una stampa assoggettata a una ideologia egemonica al cui consolidamento ha contribuito una sinistra povera di principi e valori, ben consapevoli che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli: grandi compagnie con tassisti dipendenti, poderosi studi professionali, muscolari circuiti di banche e di assicurazioni o organizzazioni della grande distribuzione colmano gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. E a volerle sono quelli che ci stanno dentro, che sono contigui o aspirano ad entrarci per processi di affiliazione, adesione, ubbidienza.

Ma gran parte di noi ne è fuori, quelli che hanno votato a un referendum per affermare con l’ultimo strumento a disposizione che preferiscono la logica dei beni comuni a quella della concorrenza. Quelli che lamentano l’eclissi dello Stato e delle sovranità popolari, rispetto alla prepotenza del mercato, quelli che soffrono davvero che il peso del “salvataggio” sia stato tutto posto sui bilanci pubblici e dei cittadini, senza toccare minimamente i redditi e il potere della nuova plutocrazia finanziaria. Quelli che hanno compreso come l’impoverimento dell’istruzione pubblica altro non era che il coronamento dell’aberrante disegno di potenziamento della scuola privata. Quelli che si ribellano al ricorso a cliniche e prestazioni d’oro. Quelli che vorrebbero servizi efficienti e di qaulità nell’energia, nell’erogazione idrica, nei trasporti, che la logica di profitto privatistica non vuole e non sa garantire.

Non occorre essere dei tecnici più adusi ai pellegrinaggi nelle capitali che ai viaggi in tram per sapere che in questo campo di vuole soprattutto buonsenso orientato all’interesse generale che è appunto l’interesse di tutti. E che c’è una bella differenza tra eliminare i privilegi della corporazioni e degli ordini e piegare ogni spazio della vita collettiva alle esigenze del mercato, della produzione, del profitto.

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