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I segregati del frecciarossa

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Licia Satirico per il Simplicissimus

Per fotografare le spaccature socio-economiche del nostro Paese non è necessario indugiare sui blitz della Guardia di Finanza nelle località turistiche lussuose o sui privilegi dei nostri parlamentari, non comparabili su scala europea (e quindi intoccabili?): basta dare un’occhiata alle brochure pubblicitarie della nuova linea di treni Frecciarossa. Le vecchie Ferrovie dello Stato erano “classiste”, ma non certo come Trenitalia e la sua quadripartizione delle tariffe, a cui rispondono diversi livelli qualitativi di trasporto: Executive “per un’esperienza di viaggio unica”, Business “per un viaggio d’affari”, Premium “per un viaggio confortevole” e Standard “per un viaggio conveniente”.

La misura della disuguaglianza è data fantozzianamente dalla reclinabilità dei sedili e dagli spazi vitali: il servizio Executive è caratterizzato da otto poltrone singole in pelle “con reclining fino a 138 gradi e poggiagambe regolabile”, poste fino a un metro e mezzo di distanza l’una dall’altra. I clienti di questo servizio godono di sale d’attesa riservate, vengono attesi con una coroncina hawaiiana al binario e coccolati con riviste italiane e straniere. Hanno inoltre a disposizione un’apposita sala meeting con tavolo riunioni, sei sedie di design Okamura e un monitor trentadue pollici ad alta definizione per videoproiezioni (di spread?). Il Business prevede un “welcome drink” con bevande calde e fredde e quotidiani, a fronte di una reclinabilità del sedile (in pelle semiumana) di 115 gradi. I clienti Business potranno godere di un’apposita Area del Silenzio, dove non saranno disturbati da musica e conversazioni al cellulare: il fatto che in Paesi come la Germania l’Area del Silenzio rappresenti la condizione minima per non essere gettati giù dal treno da un controllore inferocito viene dimenticato e maliziosamente travestito da servizio supplementare.

Nella classe Premium il sedile non si reclina più: rimane piantato a novanta gradi su poltrone in pelle dal design rinnovato. Gli spazi divisori sono segnati da cristalli e il “welcome drink” è sostituito da uno snack di benvenuto.
La tariffa Standard smentisce la sua denominazione sin dalle premesse: lo standard dovrebbe definire un livello qualitativo medio, come tale tollerabile, ma Trenitalia la pensa diversamente. Stupisce, in verità, che il sedile questa volta non sia inclinato in avanti a 45 gradi, però i disagi ci sono: la tariffa economica del Frecciarossa prevede un’illuminazione con apposite luci led (simili a candele) e un servizio snack con carrellino semovente. I suoi fruitori sono materialmente sequestrati: non possono attraversare, nemmeno per necessità, le classi Executive, Business e Premium e non hanno accesso alla carrozza bar per non creare inutili code plebee di passeggeri sudaticci e affamati. Questa affermazione non è il frutto di una malvagia supposizione: Trenitalia si è sentita in dovere di precisare che la decisione di precludere l’accesso al bar ai passeggeri che viaggiano con tariffa economica nasce perché «se hai prenotato un viaggio Milano-Roma in Executive (pagando fino a 169 euro) certo non ti aspetti che il bar sia sovraffollato».

Le gaffes di Trenitalia non son finite qui. Prima di essere sommersa dalle proteste, la campagna pubblicitaria pensata dall’azienda per la Rete prevedeva quattro distinte immagini per i nuovi livelli di servizio: faccendieri al lavoro per la Executive, uno scompartimento freudianamente vuoto per la Business, due ciarliere fanciulle per la Premium e una famiglia di immigrati per la Standard. L’azienda, subito accusata di apartheid, ha fatto marcia indietro con una singolare excusatio non petita. In sintesi: non siamo razzisti ma abbiamo solo tentato di dare un’idea della nuova realtà sociale italiana. Nelle foto della classe Standard ci sono famiglie, bambini, adulti, anziani, professionisti, anche non “di colore”. Nelle immagini della classe Premium c’è pure una ragazza araba. Come a dire: non siamo razzisti perché abbiamo piazzato un’extracomunitaria anche in terza classe.
Che sia luogo comune, scivolone volgare o classismo becero, poco importa. Trenitalia divide cinicamente ma con indubbia efficacia il paese per censo: il costoso servizio Frecciarossa è dispensato con cortesia e professionalità a clienti ad alto reddito, evasori fiscali, parlamentari, ricchi turisti in visita e uomini d’affari. Per famiglie monoreddito, anziani, bambini, impiegati, immigrati, pendolari, statali e pensionati c’è Fecciarossa, con limitazioni alla libertà di movimento e di ristorazione.

Si è proposto in questi giorni di boicottare la Omsa, che sta licenziando le sue operaie per trasferire gli stabilimenti in Serbia. Ma forse sarebbe il caso di boicottare anche Trenitalia, che sta mostrando spregiudicatezza feroce nell’abolire, nel segregare, nel relegare in mondi diversi chi può permettersi il lusso sibaritico del treno, chi non può permettersi di evitarlo e chi, più tristemente, il treno non ce l’ha più. Da Torino a Salerno c’è l’alta velocità, ma da Salerno in giù siamo tutti uguali: immigrati, emigranti, pendolari e viaggiatori disillusi. I cuccettisti licenziati continuano invano la loro protesta: il loro contratto non è nemmeno Standard.

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