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Dei ministri e delle pene

Licia Satirico per il Simplicissimus

Il prudente esordio di Paola Severino come ministro della giustizia è all’insegna dell’understatement: accantonate le polemiche ossessivo-compulsive sulle intercettazioni e sul presunto ruolo eversivo della sovietica magistratura italiana, la Guardasigilli si è subito cimentata con l’emergenza del sovraffollamento carcerario. Con un provvedimento già bollato da Pdl e Lega (appassionatamente insieme per l’occasione) come un indulto mascherato, la ministra ha varato misure urgenti per l’ampliamento della detenzione alternativa al carcere, innalzando a 18 mesi la pena residua che potrà essere scontata ai domiciliari. Il decreto esclude inoltre la permanenza in carcere dei fermati in flagranza per reati “minori” e stanzia 57 milioni di euro per l’edilizia carceraria.

È un provvedimento sobrio nello stile della nuova titolare del dicastero, che esclude anche l’uso del braccialetto elettronico, ritenuto troppo costoso, a vantaggio di metodi tradizionali: è tempo di austerity anche per i braccialetti contenitivi, con buona pace di quelli – banalmente preziosi – che non potremo più comprare. La ministra, per sua stessa ammissione, non è capace di voli pindarici: «è tempo di mettere mano a una seria riforma del sistema penitenziario, ma sarei una sognatrice se pensassi di poterlo fare con le forze che mi accompagnano e con i tempi brevi di questo governo».

Sono certa che i sognatori non ameranno queste parole, anche se la situazione delle carceri italiane è più consona agli incubi che a una serena attività onirica. Da dati del ministero della Giustizia aggiornati al 31 ottobre 2011, emerge che la capienza regolamentare dei 206 istituti penitenziari italiani è di 45572 posti, a fronte però di una popolazione carceraria effettiva di ben 67510 persone. Di esse, 24458 sono di nazionalità straniera. Più di 14000 sono in attesa di giudizio e solo 37595 sono già condannate in via definitiva. Molti dei reclusi sono tossicodipendenti o sieropositivi e affrontano il sovraffollamento come un dramma nel dramma: è di pochi giorni fa la notizia dei detenuti anconetani che hanno incendiato le lenzuola per protestare contro il freddo (pena aggiuntiva non contemplata dai moderni codici penali). Vi è poi un dato che nessuna statistica evidenzia: esso riguarda la tipologia di crimini per cui si finisce in carcere, che salta a piè pari i delitti colposi e quelli economico-amministrativi, commessi da chi può permettersi avvocati costosi che allunghino i processi fino a far scattare i sempre più esigui margini di prescrizione.

Il carcere, insomma, riflette appieno l’abisso che ha incrinato il nostro principio di uguaglianza: i brutti sporchi cattivi sono stranieri, drogati, malati, soli. Spesso restano parcheggiati in carcere in attesa di un processo di durata grottesca: migliaia di posti vacanti nei vari organici di riferimento trasformano un procedimento penale in un oscuro viaggio nel tempo, destinato spesso a concludersi o con l’estinzione del reato o con quella del reo.

Non è tanto per dire: i suicidi nelle carceri italiane, vero pugno nello stomaco, sono stati 690 solo dal 2000 al 2011. Non occorre sognare per tentare di migliorare le condizioni di vita nelle carceri, di potenziare il ricorso alle misure alternative alla detenzione, di abbreviare i tempi dei processi non azzerando la prescrizione dei reati ma distribuendo razionalmente il carico di lavoro dei giudici. Non ci illudiamo, però, che durante le complesse trattative tra Monti e il suo predecessore il ministro Severino sia stato investito di reali poteri sulla riforma della giustizia in Italia. Qui non se ne parla certo nel senso berlusconiano del termine, ma in quello che la parola “riforma” avrebbe – se le parole hanno senso – in qualunque paese diverso dal nostro: metamorfosi di un sistema giudiziario che non si limiti a evitare il collasso delle carceri, ma la fuga dal carcere di chi oggi può permettersi di evitarlo. Questa, e non il turpe ventennio fascista di cui ancora discetta poco amabilmente il nostro ex premier, è la vera “democrazia minore”.

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