Elsa piange e dimentica l’esodo

Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

Con dicembre, la macchina commerciale natalizia parte in pompa magna, con tutti i corollari filosofici, storici e religiosi.
Si rispolverano i racconti da catechismo, qualche lettura scolastica e qualche “peplum” con Victor Mature o Charlton Heston.
E torna in mente l’Esodo, quello biblico, cugino di quello vacanziero, ma nemmeno lontano parente di quello lavorativo.
Sì, perchè nel commovente (per lei) discorso di Elsa Fornero, non si fa cenno a un problema non trascurabile, almeno per qualche decina di migliaia di famiglie: gli incentivi all’esodo.

Negli scorsi anni si è ricorso con grande disinvoltura ai cosiddetti “incentivi” (manco fosse stata data un’alternativa) a dimettersi nei confronti dei dipendenti molto prossimi alla pensione; una somma che avrebbe dovuto “incoraggiare” gli “indecisi” a togliersi di mezzo in anticipo, tanto poi ci avrebbe pensato la pensione a tenerli in vita.
I governi (ambo lati) passati hanno incoraggiato questa pratica, con la scusa che si liberavano posti di lavoro per i giovani senza danni per i dimissionari, anzi, facendo loro guadagnare un gruzzoletto e qualche mese di “vacanza”.
Per le aziende il gioco non era male, perchè si toglievano qualche “scarpa vecchia” che poi veniva rimpiazzata da un bel precario o, meglio ancora, non veniva rimpiazzata affatto.

Ma la nostra Elsa, nata libera, non è stata neppure sfiorata dal dubbio di cosa accada a chi ha concordato l’importo per un’uscita di scena lavorativa su una data prevista e prestabilita per legge e se la vede slittare in avanti di tre o più anni.
A chi si è vista imporre l’attesa del pensionamento o nulla, a chi ha pianificato magari gli studi dei figli, l’accensione di un mutuo (sempre per quei figli) o semplicemente (e mooolto più frequentemente) l’appianare dei debiti contratti in questi anni magri, facendo i conti su quel tempo residuo e quindi sulla somma necessaria a superarlo.

Adesso la tenera Elsa ci dice che chi sarebbe andato in pensione, per esempio, a febbraio 2012 dovrà invece andarci nel 2015 o peggio.
E come ci campa per i tre anni aggiuntivi?
La fa facile la ministro “oh là là, sfaticati. Basta lavorare tre anni in più, non siete mica vecchi!”, e potrebbe anche andar bene per chi un lavoro ce l’ha e può tenerselo stretto.
Ma per chi un lavoro non ce l’ha più?
Per chi è stato “convinto” a dimettersi?
Cosa fa, a quasi sessant’anni cerca un altro posto?
Chè son tutti lì che aspettavano solo lui?
E non stiamo parlando di poche eccezioni: le cifre parlano di molte decine di migliaia.

Cara Elsa, il panico in cui hai appena gettato quelle famiglie richiede risposte più consistenti e meno commosse, perchè, come diceva Pietro Micca, un anno senza pane è lunghissimo, tre sono fatali.”

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