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Lavoratore, vil razza dannata

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se non ci fosse una crisi che ci sta riportando a un buio medioevo, se l’economia immateriale non avesse già mostrato la sua debolezza, sociale, morale ma anche “organizzativa”, la contemporanea città del sole sarebbe la Leonia di Calvino, che ogni giorno si sveglia nuova, effimera, impalpabile,     nella quale i cittadini, sfilandosi da lenzuola fresche, si illudono di alzarsi ogni mattina, più liberi,  per il fatto di aver cancellato e espulso quello che era stato stabilito e consolidato il giorno prima, in un presente futurista senza futuro, nel quale la dinamica di flussi, azioni e movimenti senza destinazione obliterano i luoghi,  le relazioni e le persone.

I nostri posti sono diventati fluidi, “frattali” dice qualcuno, lasciando sul campo relitti di socialità e solidarietà: sono diventate virtuali le piazze, si svuotano le fabbriche, svolazzano senza ancoraggio le funzioni politiche e amministrative, si atomizzano i luoghi della produzione.

Anche la moneta   nata come merce e via via  trasformatasi in istituzione che regola il mercato,  ha assunto sempre di più un  significato trascendente, simbolico e convenzionale. Sbrigativamente e disinvoltamente “oltrepassata”  e oscurata da “prodotti” finanziari, bombe speculative a orologeria, spirali ingegnose quanto   illecite.

Viviamo in “organismi” che sembrano conoscere solo l’istantaneità, dimentichi del passato e nella rimozione impaurita del futuro. Trascorriamo i nostri giorni in una temporalità di circolazione e di passaggi: del consumo, della comunicazione, delle relazioni, quella delle connessioni che hanno preso il posto della socialità, della solidarietà, del riconoscersi, dell’identità. Per questo ha ragione il Simplicissimus, perdono valore le età come i corpi dei lavoratori, paradossalmente con l’aberrante uguaglianza che penalizza giovani che si affacciano al lavoro come anziani costretti a soggiornarci dentro.

Alla moderna concretezza, al pragmatismo contemporaneo si addice trasformare gli uomini in merce di valore deprezzato e le merci in aspirazioni sempre più costose e preziose. Si avviliscono il cittadino e i suoi diritti, anche quello alla qualità dei consumi e dei beni, ma si  incrementano le aliquote  spingendo sempre più  in alto il prezzo lordo dei prodotti e servizi.

Altro che popolo delle partite Iva, ci avviamo a essere una moltitudine spaventata e immiserita che oggi partecipa alla colletta alimentare, con la speranza che qualcuno in un domani più buio la faccia per noi.

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