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Lavaggio a secco per l’anomalia italiana

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Una normale destra europea. Il sollievo per esserci fortunosamente liberati da quella specie di postribolo politico e umano del berlusconismo, dai suoi bravi e dai suoi briganti come dai suoi cialtroni,  rischia  di nascondere sotto il tappeto della cosiddetta liberazione, questa evidenza: che il governo dei professori, viene definito tecnico, ma è per la quasi totalità formato da persone che fanno preciso riferimento alla destra liberista nelle sue espressioni più ideologiche, più rigorose e spesso anche più irragionevoli come certi tic .

Dunque è finita l’anomalia italiana? In questi giorni siamo stati talmente investiti e distratti dal nuovo culto mediatico della sobrietà e della dignità, talmente enfatizzato da dimenticare proprio il decoro di cui si celebra il ritorno, che ci sta sfuggendo il fatto che l’anomalia continua sotto altre vesti. E non mi riferisco ai conflitti di interesse o al governo delle banche e ad altre considerazioni che pure giocano dentro questo maelstrom, ma a due circostanze evidenti. La prima  è che il cambiamento non è avvenuto sotto spinte interne, ma si è determinato grazie all’imposizione esterna di chi temeva di pagare un prezzo  politicamente troppo esoso per una vera Europa.

La seconda circostanza è che la normale destra europea appena insediatasi è anomala per il fatto stesso che non ha una sponda politica più consistente di quella formata dalla paura, dall’emergenza, dl calcolo elettoralistico e dalla mancanza di elaborazione progettuale. Vive tra la destra autoritaria e affaristica incrostatasi attorno a Berlusconi e una sinistra in totale crisi di idee. Così non da una parte non è ideologicamente frenata dai limiti politici che le destre europee al governo hanno per forza di cose e può coniugare una certa dose di indifferenza  con una ben modesta e limitata concezione di equità. Dall’altra non è supportata dalla politica nel cercare di sconfiggere le logiche dei potentati, delle cricche, delle rendite e insomma di tutto quello che ci rende diversi dall’Europa e che alla fine costituisce il vero motivo di inaffidabilità  dell’Italia.

Il pericolo è evidente: che alla fine si scarichi sul Paese tutta l’iniquità sostanziale predicata dall’ideologia liberista senza che vi siano contrappesi politici resi inattivi dall’ennesima emergenza che impone di tacitare un dibattito peraltro sempre modesto, dal diktat europeo e dalla convenienza a lasciare che siano i tecnici a fare l’erode sociale, mentre quel poco di equità prevista ed enunciata venga annullata  dalla forza dei potentati e delle corporazioni. Che per esempio non si faccia ciò che ha fatto la destra inglese e tedesca  e cioè un accordo con la Svizzera per stanare gli enormi capitali italiani gelosamente custoditi nella Confederazione, mentre si cerchi  di colpire con rigore il piccolo, quando non semplicemente l’errore o il ritardo come sa bene chi capita dentro il tritacarne di equitalia; che la famosa patrimoniale colpisca milioni di modesti appartamenti di proprietà con gli stessi criteri delle grandi proprietà immobiliari; che la cospicua rendita di 5000 euro in banca venga colpita esattamente come la gestione  di decine di milioni; che si colpiscano le pensioni, senza nemmeno cercare di trovare un rimedio non formale e non facilmente eludibile alla precarietà.

In effetti man mano che passano i giorni e le ore si delinea una manovra tutta a carico dei ceti deboli presenti e futuri il ricalco di uno schema ideologico senza d’altra parte un peso politico che permetta di agire sui privilegi e le rendite : pensioni, iva, ici e sgravio fiscale ma solo per le aziende. La farsa sguaiata e infame che il Cavaliere ha recitato sulla scena italiana per tanti anni, non sembra trovare una vera discontinuità, se non nello stile e nella mancanza di demagogia. Si è sempre dentro una fiaba liberista che per quanto composta, predica soluzioni già rivelatesi inutili se non controproducenti. E certo meno tasse per le aziende e meno soldi per i dipendenti dentro una crisi della domanda sembra qualcosa che ricorda più certi riflessi pavloviani che la realtà economica. O meglio ricorda la cultura della finanza mescolata alla pochissima agibilità politica. Come molti economisti riconoscono in questa situazione si tutela più la redditività che la competitività.

Per fare un esempio che forse si attaglia bene alla natura “tecnica” del governo, l’uomo della lavatrice ha una cultura che gli impedisce di dire che bisogna cambiare tipo di macchina, ma non può nemmeno consigliare un modello simile, però più efficiente: deve limitarsi ad aggiustare le parti più incrostate, consigliare l’anticalcare e presentare il conto. Il Cavaliere si faceva pagare profumatamente in nero per dire che tutto andava bene. Questo esecutivo presenterà una dettagliata fattura con l’Iva. Ma chi paga sono sempre gli stessi e la macchina, quella anomale e rumorosa, capace di nascondere le macchie, ma non di lavarle, rimane sempre la stessa.

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