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L’Italia sceglie il “modello mafia”

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

E non venitemi più a dire che non siamo in Europa : ieri sia pure in livrea e dalla porta di servizio, siamo stati benevolmente riammessi. Ma possiamo addirittura compiacerci: da commissariati possiamo aspirare ad essere leader nel contesto del golpe monetario. D’altra parte pochi minuti fa Rondolino mi ha dato una notizia: la Borsa siamo noi, potremmo aggiungere o la Borsa o la vita per fare noi la quadra. Si possiamo aspirare a un posto in prima fila: la più grave crisi capitalistica dopo quella degli anni Trenta del secolo scorso, che precipitò l’occidente nella grande depressione e molti giù dalle finestre di Wall Street, non ha scalfito la fede liberista nell´infallibilità dei mercati, anzi del Mercato. Che ora ha le caliginose sembianze della finanza immateriale, volatile ma rapace. È probabile dunque che il nostro – nostro malgrado – governo possa assumere un ruolo guida nella conferma globale della superiorità del Mercato sullo Stato come gestore unico delle grandi interdipendenze economiche. L’unico in grado di raggiungere e mantenere equilibri stabili, ancorchè stabilmente iniqui.

La compagine europea ha accolto con interesse una proposta italiana di svuotamento dello Stato e dello Stato di diritto e dei diritti, colpevole di darsi interprete e portatore di interessi particolari, nazionali e democratici destinati per loro natura a turbare i processi di interdipendenza. La lettera di intenti italiana segna inesorabilmente il ruolo di governi affaccendati nel togliere poteri e sovranità a istituzioni e regole viste come elementi perturbatori, ostacoli alla libera circolazione dell’ingiustizia e del primato della finanza, del monetarismo, del profitto. Certo l’auspicata stabilità si può conseguire in due modi: con un equilibrio distributivo oppure in condizioni di estrema totale iniquità. Come vogliono fare i paesi scandinavi o come fa la mafia. E vedi caso l’Italia aspira a uniformarsi al secondo modello. Dico l’Italia perché mi pare pensiero comune anche a una sinistra dimissionaria dalla creatività politica e dall’immaginare una alternativa al capitalismo, rinunciataria perfino nel dare contorni a un disegno di sviluppo nel mercato temperato da limiti, vincoli e qualche diritto, che debba essere l’economia a dettare le regole.

Eh si la borsa oggi cresce, l’incoraggiamento, e ci vuole proprio un bel coraggio per farci digerire tutto questo, che ispira il sistema del profitto corroborato dall’autoritarismo fa dimenticare che non occorre essere Keynes per sapere che il Mercato raramente determina equilibri stabili, anzi il più delle volte ma instaura situazioni incostanti e precarie o addirittura esplosive. In particolare quando le relazioni economiche sono quelle profittevoli e cumulative senza concorrenza, come con le famigerate bolle o con il fenomeno dei sub-prime. Ma al governo in carica incaricato dell’Europa di far regnare un ordine remissivo e ubbidiente alla sovranità della finanza, piace la distribuzione squilibrata dei redditi, piace un capitalismo orientato al massimo profitto nel minimo tempo, piace quella corsa dissennata e dissipata accelerata dalla globalizzazione, piace la “normalizzazione” dei mutati rapporti di forza tra capitale e lavoro, che impone la rinuncia ai diritti in nome della necessità, e tra capitalismo e stati nazionali facilitati dal ricorso massiccio all´indebitamento e al suo continuo rinnovo. E gli piace l’evasione che mantiene e perpetua l’artificioso equilibrio iniquo alimentato dalla selva dei condoni, delle esenzioni, degli ‘scudi’ che hanno abituato gli evasori all’idea che il gioco è truccato in loro favore.

Non poteva essere altrimenti: ha ragione Marc Bloch nel dire che il capitalismo finanziario è diventato il solo regime economico nel quale i debiti non si pagano mai. E se non ci riesce interamente, si può ricorrere alle leggi, quelle ad personam, alla pratica diffusa dell’illegalità, all’indifferenza per i diritti, alla trasgressione dei tempi e delle procedure, alla criminalizzazione del potere giudiziario, all’antiparlamentarismo condotto anche con il continuo ricorso alla fiducia, all’autoritarismo, alla perdita del valore e del senso della democrazia. Le banche speculano sui default degli Stati, i governi speculano sui default dei cittadini, l’Europa specula sui default dei governi. È finita quella che Hobsbawn aveva definito l’età dell’oro. Non occorre un test per indovinare che sostanza abbia sostituito il prezioso metallo. Ma mentre ci siamo immersi non meravigliamoci se qualcuno, magari solo con la testa fuori, ride di noi. Una risata non li ha affogati, dobbiamo pensarci noi.

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