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E l’Europa si occupa di galline

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Durissimo monito dell’Europa. Un diktat. È ora per tutti partner di allinearsi compatti per adottare le necessarie misure nell’ordinamento interno. Non sono tollerabili rinvii o cautele opache, bisogna applicare rigorosamente il divieto relativo alle gabbie non modificate per galline ovaiole. Chi non si adeguera’ sarà sottoposto a sanzioni gravissime, un vero declassamento.
Non c’è da ridere. Non credo riderebbero gli apostoli dell’europeismo. E nemmeno quella sinistra prestata al MEC, i fan nostrani della force tranquille convertiti alle liberalizzazioni, alle privatizzazioni, al libero mercato, al liberismo vecchio e nuovo, insomma a tutte quelle edificanti architetture del cosiddetto capitalismo laburista che di libero non avevano proprio nulla.

In un “ordine” regionale sempre più incline a segnare una demarcazione profonda e insuperabile tra europa del nord sicura e opulenta e una fastidiosa e rdare l’iriottosa europa maghrebina, da tenere sotto schiaffo, da umiliare e controllare, hanno un significato simbolico anche le galline ovaiole. A dimostrazione che le cancellerie devono proprio pensare a tutto, ai nostri debiti, alle nostre cattive inclinazioni, alla nostra inaffidabilità, alle nostre gabbie salariali e perfino a quelle del nostro pollaio.

Il fatto è che l’appiattimento, l’avvilente consegna al club esclusivo dell’Europa contagia tutti, chi ci va e chi vuole essere ammesso, chi ci fa affari e chi ha dei debiti, i grigi contabili e gli statisti. Anche i rappresentanti sempre più stantii di quel che resta della sinistra, paralizzati dal desiderio di essere accettati nel contesto privilegiato delle socialdemocrazie, quelle che sono state a guardare il precipitare nella rovina illusoria del neo liberismo come se fosse irresistibile, come se non ci fosse alternativa possibile e desiderabile a un capitalismo finanziario sempre più audacemente rapace, avido, disumano. La lusinga di una appartenenza sia pure condizionata al circolo costava poco, bastava far finta che l’Europa fosse la risposta alla globalizzazione, che a contrastare nuove potenze commerciali bastasse un potenziamento monetario, che a reggere la formidabile pressione dei paesi nordafricani fosse sufficiente un euromediterraneo in espansione con la vecchia signora sempre regina.

Come in una ricattatoria spirale del silenzio nessuno si è pronunciato denunciando che la classe dirigente europea, senza divergenze al suo interno, e con il consenso dei media generalisti, stava perpetrando diabolicamente i suoi errori di politica economica, con il ritorno progressivo all’accecamento degli anni 30, con la riemergenza delle politiche di diminuzione della spesa pubblica e degli investimenti aggravano il ritardo strutturale del consumo, con la criminale liberalizzazione dei movimenti internazionali, con il trasferimento dei capitali da un punto all´altro del mondo alla ricerca del massimo profitto. Nessuna voce autorevole si è alzata a denunciare gli esiti prevedibili che la ricerca del massimo profitto nel minimo tempo avrebbe prodotto così che le attività finanziarie e speculative avessero il sopravvento sulla produzione reale con uno spostamento dei redditi dal settore reale a quello finanziario accompagnato da un aumento vertiginoso delle diseguaglianze.
Così un’Europa al servizio di un contesto finanziario sempre più iniquo, sempre più debole coi forti e sempre più forte coi deboli procede a tentoni con la sua farraginosa macchina burocratica, un meccanismo arrugginito sul quale poggia l’assenza di iniziativa politica e che schiaccia diritti, appiattisce istanze, sovrasta disuguaglianze soffocando le voci che vengono dal disagio e dalla povertà. Chiudendo in gabbia la speranza, perché di gabbie se ne intende.

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