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Violenza e politica nel tempo delle trote

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L’unica cosa che dovrebbero insegnarci i “fatti di Roma”, rimane in realtà lettera morta in gran parte delle discussioni, non dico nella politica politicante, ridotta a un livello che definire miserabile rappresenta un complimento, ma anche in gran parte dei media e nei milioni di prese di posizione sulla rete. E’ un’altra la domanda che credo non rischi di portarci porti fuori strada, anzi non è nemmeno una domanda, ma la domanda che racchiude in tutta la sua angoscia l’intero problema politico italiano.

E’ possibile evitare la violenza in un Paese dove milioni di persone non hanno di fatto una rappresentanza politica se non ipotetica e putativa? Ed è solo un problema di ordine pubblico se in Italia è accaduto ciò che non è accaduto altrove, nel resto del mondo?

Proprio in contemporanea la manifestazione di Roma si sono svolte le elezioni in Molise, dove si è consumato uno dei delitti politici più efferati: al candidato della destra, Iorio che ha eliminato la faccia di Berlusconi dalla campagna elettorale, pur essendo egli stesso plurinquisito, le opposizioni hanno opposto un personaggio anch’egli di destra e  uscito dalle fila di Forza Italia. Il risultato è stata una ovvia sconfitta, che visto il momento di grave crisi del berlusconismo, è di fatto una vera catastrofe. Anche se il figlio di Di Pietro è stato gloriosamente eletto:  adesso c’è anche un trota di opposizione. Anzi un trotone, viste le dimensioni dell’eletto. Eh si, almeno su questo non c’è confronto.

Nonostante questo gli ottimati del Pd continuano nel loro pervicace e perdente giochino di numeri con quello che solo un buon samaritano potrebbe definire “centro”, totalmente dimentichi di offrire agli elettori una prospettiva diversa, una fuoriuscita non solo dal cavaliere in carne, ossa e impianti idraulici, ma dalle logiche del berlusconismo, inique e ormai anche scopertamente  fallimentari.

Davvero in queste condizioni di totale assenza politica possiamo ingenuamente pensare che non vi sia nemmeno un accenno di violenza? Che non vi siano gruppi antagonisti in generale o magari anche su singoli problemi, che si sentono completamente abbandonati e totalmente orfani di una qualunque rappresentanza, anche se vaga e magari assai meno radicale?

Naturalmente la violenza è da condannare, ma forse con questo elimineremo la disperazione che ci sta dietro? E se un ceto, una casta politica è prigioniera delle sue logiche di potere, generale e personale, cosa rimane: una protesta civilissima, ma rassegnata ad essere  inefficace e solo simbolica? Questo me lo sono domandato  l’altro giorno quando un mansueto programmatore esperto di database tridimensionali , mi ha telefonato dalla Francia, dicendomi: “Finalmente vi siete svegliati”.

Infatti la rassegnazione ha i suoi limiti: temo che se la risposta di quei mentecatti governativi sarà quella di tentare di renderla obbligatoria con lo svuotamento della democrazia e se l’opposizione si consegna sostanzialmente a questo gioco, felice di non dover dare ascolto alle istanze dell’elettorato, ci sarò solo una moltiplicazioni di black bloc e di respressioni.

Si la violenza è da condannare, ma non è detto che non possa insegnare nulla. L’esorcizzarla e basta è allo stesso grado di inciviltà. Dire no alla violenza, senza dire nessun si al cambiamento, è solo ipocrisia.

 

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