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Black Bloc’s fiction

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ho conosciuto bene un autorevole collega che inviava approfonditi reportage da Cuba densi di dichiarazioni e confessioni dei locali, direttamente dalla scrivania di fianco alla mia.
Non voglio dire che, salvo il pezzo di Bianconi che come sempre è venato del dolente istinto a guardare, le interviste choc agli incappucciati siano inventate, per carità. Ma mi sembrano elaborazioni a alto contenuto letterario dei fantasmi e della retorica sulla guerriglia. E anche con quel tanto di timore ammirato per la professionalità la geometrica potenza di qualche cretino che ricorda il suegiù del passamontagna del professor negri.
Molto a malincuore torno sui fatti del 15 ottobre, chiamata in causa da chi per il mio pezzullo di ieri mi ha collocata tra i giustificazionismi e da chi al tempo stesso mi accusa di sottovalutare le trame dietro le quinte. E si assomigliano, quelli del dagli alle promesse del neo terrorismo da isolare e quelli del dagli agli incontrati dei servizi pagati dal potere, perché esaltano un aspetto della questione, quella che libera da responsabilità dirette o indirette.

Mi ripeto un po’ stancamente: io personalmente ritengo ci possa essere tutto.
C’è un movimento che ritiene di rappresentare un”popolo” ridotto a plebe da un regime personalistico, corrotto e corruttore, inadempiente e inadeguato, una macchietta ridicola ma non per questo meno pericolosa di un colpo di stato. Che ha impoverito il paese delle speranze, della conoscenza, dell’informazione e l’ha disamorato della partecipazione e della democrazia. Certo leggendo gli scarni documenti del movimento preferirei si ponesse più l’accento sui diritti e sull’equità che sul dovere di dargli e darci “benessere”. E la generalizzata condanna della politica come espressione unica delle caste e delle cricche dei partiti mi puzza del vecchio qualunquismo se non distingue il bisogno primario e insoddisfatto di autodeterminazione e partecipazione alle scelte con il rifiuto delle modalità care alla classe dirigente. Ma la disperazione, la collera, la paura sono forti e ci testimoniano.

Ci saranno dei giovani che hanno scelto l’avventurosa e avventurista strada della guerriglia, scomoda e destinata a non avere gran successo se vive una condizione di isolamento dalla società paragonabile all’esclusione operata dal regime. Rischiosi per sé e per noi, perché la deriva quasi inevitabile è quella estrema.
Ci saranno gli infiltrati e d’altra parte come mi è capitato di dire è un costume diffuso: agenti provocatori inviati dal “potere” sono dentro il servizio pubblico, il parlamento, i giornali e sono altrettanto poco occulti. E c’è un governo aduso ormai all’alimentazione delle crisi e delle emergenze perché rappresentano il più efficace acceleratore di repressione e restaurazione.

Ma fatto salvo che non so contare ma non sono la sola: i provocatori incappucciati sono di volta in volta 300, mille, tremila, cinquemila, io ho visto sderenare bancomat, tirare i sampietrini usciti indenni dalle antiche battaglie del sindaco, a ragazzi che non indossavano la divisa d’ordinanza dei black bloc e ho visto disarmati rappresentanti della società civile guardarli con impotente sorpresa perché, ricordiamocelo, erano i loro figli.
Mettendo da parte quel tanto di comprensibile ipocrisia, continuo a pensare che sia un peccato mortale assecondare Maroni, il TG5 ma anche il TG3 e tutti quelli che pensano che sia sufficiente isolare e non raccogliere la provocazione, escludere dal contesto civile gli “anarchico-insurrezionalisti”. Magari fosse così semplice: così che mamme radiose che hanno mandato i loro figli alle eleganti e costose scuole straniere in attesa di master e occupazioni esteri, così che Celli si sente a posto se invita il cervello di suo figlio a espatriare, così che babbi solerti in famiglia come nell’opposizione candidano i loro ragazzoni alla prossima tenzone elettorale, tutti si sentano a posto, emarginando i facinorosi o tirando via il casco agli infiltrati.

Ormai il disagio sta compiendo quel tragico rituale per il quale l’iniquità è l’unica abbondanza condivisa. E qui da noi assume forme più estreme e è comprensibile – comprensibile lo sottolineo vuol dire che va compreso non sottoscritto acriticamente. La manifestazione del 15 parlava poco di berlusconi della 54esima fiducia o della politica, perché era drammaticamente già alle spalle di una emergenza rovinosa, economica, sociale, morale. E la sfiducia non riguarda il governo ma e’ ormai inguaribile diffidenza nei confronti di un ceto dirigente ostaggio del mercato della finanza dell’ingiustizia pubblica, che da noi è ancora più oltraggiosa che altrove. E che prende la strada irrazionale ma non irragionevole dello sfregio ai loro simboli. Che sono anche i simboli nostri, di genitori frustrati che volevano dare ai loro figli quello che non avevano avuto e hanno invece contribuito a impoverire il loro futuro. Capisco che sia preferibile liberarsi dal rimorso individuale e collettivo per aver favorito o subito tutto questo. Ma è un crimine contro la verità e ai danni dei giovani, che così abbandoniamo alla tristezza irrazionale e buia dell’inimicizia e del conflitto.

È il momento di non stare più a guardare. Tutti dicono che la rete è una finestra sulla democrazia, ma è inutile se diventa solo quella dalla quale sbraitiamo il nostro malumore, a intermittenza con le canzonette. Tutti parlano di necessità di dialogare in nome del supremo interesse generale. Ieri ho avuto il sospetto che si dialoghi poco in casa, che si parli poco tra noi, che ogni colloquiare sia ormai intriso di crudo pregiudizio. A forza di essere contro e di praticare rifiuto abbiamo smesso di accogliere anche quelli che amiamo, di ascoltarli e di comprenderli. Così ci accorgiamo di loro solo quando la loro voce diventa un urlo.

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