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Tantum ergo Censimentum

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel mio condominio c’è un club delle vedove. Anziane ma molto attive per non dire mondane: socializzano con magnanima generosità, tanto che spesso mi hanno invitato nella loro enclave di Villa Celimontana, dove, dicono, si fanno incontri interessanti, il signor Luigi, che sospetto di essere uno sciupa femmine e Rodrigo che astutamente fa l’amico di tutte e le porta a prendere l’Aperol nel caffè sullo stradone, che si sa il diavolo ci passa almeno sette volte al giorno, quindi è propizio a qualche trasgressione.

Ma le signore vanno ben poco oltre il peccato di bersi lo spritz dopo la messa e di fare le civette con Luigi: sono cittadine scrupolose, fanno la raccolta differenziata, vanno a votare e bene, compatibilmente, spengono le luci quando escono da una stanza, trattano civilmente le loro badanti, forse guardano un po’ troppa Tv, ma per il resto sono esemplari. E preoccupate, preoccupatissime. Per i ticket sanitari, per le pensioni loro e quelle che non avranno i loro nipoti, per quel pezzetto di futuro a loro disposizione e per quello ancora più difficile delle generazioni a venire. E, adesso, per il censimento.

Girano tra le mani quel plico come fosse esplosivo e come se lo scartafaccio fosse una minaccia. Circolano già inquietanti leggende metropolitane: è obbligatorio compilarlo su internet, se sbagli arriva equitalia e ti fa pagare la multa. E poi cosa se ne fanno di tutte quelle informazioni? Perché vogliono schedarci?
Così leggendolo con i loro occhi innocenti ho capito prima di tutto che come sempre in Italia servirebbe della gente addestrata alla lotta, alla decodificazione aberrante o semplicemente dei divulgatori formati all’Ikea, sono i migliori se riescono nell’impresa di farmi montare degli scaffali.

Il “documento” risente pesantemente dello zeitgeist, dello spirito del tempo. Ondeggia infatti tra lusinga e minaccia, richiesta di condivisione e ventilata rappresaglia: il capolavoro è la letterina del presidente signor Enrico Giovannini, pugno di ferro in guanto di velluto apparentemente bonario ma autenticamente autoritario, che chiede cortesemente collaborazione ma sibila di obblighi di legge: contribuire è lodevole ma non è facoltativo, come le tasse per Padoa Schioppa e per i non capienti ai tempi di Tremonti. Infatti come in tutti i contratti capestro nel pudico retro sono riportati i titoli di legge relativi all’obbligo di risposta, alla tutela della riservatezza e ai diritti degli interessati così come quelli sul segreto statistico.
Ma i quesiti, i quesiti! sono ineffabili. Oscillano dalla precisione minuziosa dell’anatomopatologo alla distanza siderale di Sraffa a Cambridge: domande meticolose sulle attrezzature informatiche, estemporanee in un paese dove la banda larga pare una diavoleria buona per hacker; ma anche lunari interrogativi sulla disponibilità a iniziare un lavoro entro due settimane, curiosità decisamente riprovevole di questi tempi; o – ancora più stralunata – la richiesta di ammissione scritta di totale analfabetismo!

La scienza statistica istituzionale sa essere anodina e neutrale si, ma solo per dimostrare il proverbiale distacco della contabilità dalla realtà del Paese, così si conferma che le convivenze non rientrano tra i vincoli di amore e scelta, che certi lavori sono un’opinione e che forse siamo titolari di mezzo pollo ciascuno. E certe schedature sembrano più affini al controllo sociale che a fare un ritratto del Paese, se a effettuarle è un organismo che non ci dà mai dati attendibili e autorevoli su salari, consumi, prezzi e nemmeno su inclinazioni e aspettative.

È banale dirlo, da quando una famiglia particolare si spostò a causa di un censimento resta sempre vivo il sospetto che si tratti di un esercizio compiuto per tenere d’occhio la popolazione più che per orientare scelte politiche e sociali. E è sciocca la tentazione di commettere uno psicoreato come Winston Smith, «l’ultimo uomo in Europa», l’ultimo rimasto nel Ministero della Verità a pensare che «libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro». Ma pare proprio che siano tempi nei quali tutti i documenti raccontano la stessa favola, quando la menzogna diventa un fatto storico, quindi vera. Chi controlla il passato diceva lo slogan del Partito del Grande Fratello, controlla il futuro. E chi controlla il presente controlla il passato.

Ma l’unica contromisura è non avere paura, delle domande e delle risposte, del passato e del presente. E soprattutto della verità, di dirla e di esigerla. E di volerla da chi pensa che i suoi interrogativi e le nostre risposte siano al servizio della sua verità.

 

Ed ecco le domande scomode del nostro censimento

 

 

 

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