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L’indignazione dei complici

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Paese che lavora, risparmia, produce non merita questo trattamento. Gli hedge fund , i fondi speculativi, non hanno cuore. Sono spietati con chi si mostra debole. Ma noi non lo siamo, potremmo obiettare, abbiamo dopotutto la seconda industria manifatturiera d’Europa. Sì, il debito sfiora i 2.000 miliardi, più o meno il valore del patrimonio pubblico, ma la ricchezza netta privata è quattro volte tanto. Perché i mercati se la prendono con noi e non più, per esempio, con la Spagna? Perché? La risposta è lapidaria. Non siamo né credibili, né seri. Nessuno più investe in Italia e chi ci presta soldi vuole tassi usurari. La nostra immagine è a pezzi.

Sembra Agnoletto ma è De Bortoli. E potrebbe anche essere Tremonti, che ormai sta aggrappato alla zattera del suo squalificante naufragio, coi segni della disperata follia del perdente in volto e si dibatte nei gorghi che ha contribuito a determinare.
Ieri sera mentre Moody’s ci dava l’ennesima sberla (per carità potrebbe sembrare un punto di merito la bocciatura di chi, colluso con la finanza criminale, ha elargito la tripla A a Lehman Brothers poco prima del suo fallimento) andava in onda lo spot della pubblicità regresso, proiettando il livore schiumante di risentimento del leader del movimento “amici della pashmina” o forse “libero ciuffo” (consigliamo alla Marcegaglia lo stesso “ taglio guerriglia che nella giungla non si impiglia”, più spigliato e giovane), che dava i voti buono e cattivo ai politici. E si sa che ce ne sono anche di buoni, c’è da immaginare come il suo amico Mastella.

In effetti la vita era più facile con un ceto che si incaricava della politica e si prodigava per il loro business, aiutandoli sostenendoli favorendoli in una torbida ma esplicita alleanza. Poi qualcuno forse con più iniziativa ha intuito che era meglio fare tutto da sé, il business attraverso la politica e una politica di puro profitto, usando a fini personali i beni comuni, l’interesse generale e quel che restava della democrazia. Non sempre la concorrenza è l’anima del commercio e del mercato: una classe imprenditoriale codarda, chiusa, conservatrice e ottusa, renitente anche agli investimenti indirizzati allo sviluppo, preferendo le capriole del gioco della finanza immateriale, noncurante di quel tanto di deontologia necessaria alla sopravvivenza del capitalismo, che preferiscono allo sviluppo una crescita insensata per sfruttamento di risorse e forza lavoro, si è sentita tradita, abbandonata, trascinata in una rovina dalla quale non traggono i benefici anche postumi che di solito spettano all’egoismo dei padroni.

Così la attribuiscono proprio come De Bortoli a Berlusconi, come se fosse una crisi ad personam. Mentre è un processo che li vede tutti complici tutti responsabili, tutti ciecamente inebriati dalle promesse e dalle scorciatoie dell’accumulazione sfaticata dei profitti finanziari, dall’approvazione condivisa per la lesione dei valori del lavoro, tutti concordi sulle magnifiche sorti e progressive di una globalizzazione che nel turbine di formidabili processi permetteva di coltivare piccoli gretti localismi, miserabili infami “incrementi”. Nel nostro 8 marzo nazionale con 5 donne sepolte sotto le macerie di un paese iniquo per 4 euro l’ora, c’è ancora qualcuno che dice che il problema italiano sono i salari, le tutele elementari e la conservazione di uno stato sociale ormai ridotti a brandelli. Si non c’è vergogna, né nella compagine governativa né tra chi li “svergogna”, che usa il disastro del quale è connivente per fare di necessità dimissione dai diritti e dalle garanzie.

Si Berlusconi se ne deve andare, ma con lui deve dichiarare fallimento una classe dirigente. Ieri mentre Della Valle fulminava Bondi: ””Della qualità dei prodotti parlo con i capi delle ditte, non con i ragazzi di bottega”, riconoscendo esplicitamente che comunque c’è un padrone cui rendere conto, in quella squallida pantomima si poteva intravvedere un trailer di come potrebbe riemergere dalla notte questo povero Paese, un ragazzo, Zedda, ragionevolmente rabbioso, che rivendicava di aver sempre “fatto politica”, per niente incantato dallo sdegno sleale di Della Valle, ben poco incline a dare credito a alleati dell’ultima ora.
Chissà quanti ce ne sono come lui, mica servono eroi, basta un po’ di gente “onesta” ammesso che sappiamo riconoscerla e riconoscerci.

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