Site icon il Simplicissimus

La Fiat degli addii

Annunci

Lo aveva già annunciato qualche mese fa, in giugno e ora l’ha fatto: Marchionne ha lasciato Confindustria. L’ha fatto a suo modo, come si conviene a questi capitani di fortuna e come è anche tradizione della Fiat, con un sacco di bugie di cui si può avere un saggio in questo brano della lettera inviata alla Marcegaglia:  “Fiat, che è impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale con 181 stabilimenti in 30 paesi, non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato. Per queste ragioni, che non sono politiche e che non hanno nessun collegamento con i nostri futuri piani di investimento, ti confermo che, come preannunciato nella lettera del 30 giugno scorso, Fiat e Fiat Industrial hanno deciso di uscire da Confindustria”.

Naturalmente vengono accorpati negli stabilimenti quelli della Chrysler e anche quelli che con la Fiat non c’entrano nulla, ma che producono pezzi o ricambi. Mentre l’incertezza di cui parla consisterebbe nel non poter aver mano totalmente libera sui licenziamenti, cosa che del resto non esiste nemmeno altrove o se esiste va contratta aspramente con i sindacati o sdrammatizzata da welfare che noi nemmeno ci sogniamo.

Ma è inutile soffermarsi sui pretesti che Marchionne  accampa: la fuoriuscita da Confindustria rende ancora più chiaro l’intendimento di trasportare tutto in America e di fare della Fiat una specie di dependance Chrysler. Un progetto che si autoalimenta e diventa automatico nel momento stesso in cui per dare la scalata alla casa americana, la Fiat si priva delle risorse per rinnovare i propri modelli e la quota di mercato precipita a picco in tutta Europa.

Un anno e mezzo fa Marchionne, per ottenere ciò che voleva dal governo, dal milieu politico in generale e dai sindacati, con la sola resistenza della Fiom, parlò  di un grande piano di rilancio che oggi si concreta nella chiusura della Cnh di Imola, quella a breve di Termini Imerese, quella della Irisbus, mentre Mirafiori è impegnata nell’assemblaggio di un bandone Chrysler che ha già fatto flop in Usa.  Insomma una desolazione che interviene nel momento in cui incidono altre crisi, quella della Fiat Brasile, della 500 che non sfonda sul mercato Usa e della totale assenza in Asia.

Ma questo non è soltanto colpa di Marchionne, manager essenzialmente finanziario, è colpa anche se non soprattutto di un governo che gli ha colpevolmente steso un tappeto rosso, di un’opposizione che si è piegata a diktat privi di sostanza e di credibilità, di sindacati che hanno fatto finta di credere a piani inesistenti e infatti mai presentati. Se il Paese nel suo complesso gli avesse detto di no, se gli avesse barrato la strada nelle sue richieste che arrivano a toccare la Costituzione, se non avessimo avuto troppi foraggiati e troppi Ichini da strapazzo, non ci troveremmo in questa situazione.

Intanto perché la minaccia di costruire la nuova Panda in Polonia invece che a Pomigliano era un puro bluff: Marchionne avrebbe dovuto sborsare ben più degli 800 milioni che saranno investiti a Pomigliano per il nuovo modello. Avrebbe dovuto costruire un nuovo stabilimento, mentre tutta la robotica e i macchinari, cioè il grosso dell’investimento sarebbero venuti a costare la medesima cifra. Tutto questo con salari ormai non lontani da quelli italiani. In secondo luogo perché una resistenza ferma e dignitosa avrebbe convinto Marchionne di non poter fare tutto ciò che voleva e di renderlo più prudente sulla strada di uno svuotamento della Fiat per costruire il gruppo attorno a Chrysler.

Sacconi, Bonnani e compagnia cantante nell’opposizione, si sono accontentati delle lenticchie, mentre lo zampone andava in Usa. Ma così è quando la dignità viene meno e quando non si riescono a vedere alternative dentro le trame del pensiero unico. A questo punto è perfino inutile domandarsi perché Berlusconi è ancora là.

Exit mobile version