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Salò, la capitale che il Pdl si merita

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Una scena di "Salò o le120 giornate di Sodoma"

Scoppiano le polemiche per la scelta di Salò come luogo dove il Pdl, il partito del predellino e dei predellini umani, festeggerà i 150 anni dell’unità d’Italia. Andare a rievocare il risorgimento nella piccola capitale del Protektorat Alpenvorland*, altrimenti conosciuta come Repubblica sociale italiana, l’ultimo atto del fascismo, appare un’idiozia o una provocazione. Anzi, vista la qualità dei personaggi che vi prenderanno parte da Gasparri ad Alfano è certamente entrambe le cose.

Ma a pensarci bene è difficile trovare un luogo storicamente più appropriato per un rassemblement  che si coagula attorno a un duce ormai in disarmo che ha ben poco da dire a un Paese umiliato e distrutto dal suo potere. Salò è proprio il luogo del niente, la risacca di un consenso fine a se stesso, la sabbia di vent’anni di fascismo e la totale mancanza di futuro.

La stessa Repubblica sociale in realtà non è mai esistita, è stata un protettorato di fatto senza nemmeno una costituzione che Mussolini rinviò a un nebuloso dopo guerra. Di fatto si trattava di un potere senza alcuna legittimità, anzi di un potere fantoccio, di una commedia che ai tedeschi serviva per evitare troppi turbamenti alla produzione bellica. C’era anche un miracolo italiano di mezzo, quella famosa socializzazione delle imprese, che tuttavia era solo un giochino pseudo socialisteggiante, osteggiato non soltanto dai lavoratori che di fascismo non ne volevano sapere, ma anche dai nazisti che lasciavano parlare i loro commedianti, purché non facessero niente. Tanto che il generale Layers di fronte alle preoccupazioni espresse da alcuni imprenditori fece sapere che non c’era motivo di preoccupazione: “Se in futuro osserverete qualche tendenza alla socializzazione in qualcuna delle vostre ditte non esitate ad informarmene personalmente.”

E quello che rimaneva di un’Italia mandata dal duce allo scannatoio veniva munto senza pietà dai protettori che si fecero pagare la bellezza di 189 miliardi di allora per le spese di difesa dell’inesistente Rsi, oltre naturalmente al rastrellamento di altri miliardi in oro e in valuta pregiata che solo in riferimento alla sede romana della Banca d’Italia  fruttarono 3 miliardi.

Per contro ai nazisti non interessava molto il contributo militare della sedicente repubblica, anzi ne facevano volentieri a meno: a fronte di forze che sulla carta ammontavano fino a 800 mila uomini l’impegno bellico fu totalmente marginale. In compenso le varie formazioni si dedicarono al meno gravoso compito del rastrellamento degli ebrei ( ne furono deportati 8500 di cui solo 900 sopravvissero) , di spionaggio e repressione interna e di lotta alle formazioni partigiane almeno fino a quando esse non divennero così forti da richiedere l’intervento diretto della Wehrmacht, ma soprattutto delle Waffen SS, formazioni militari raccogliticce, messe assieme fra i nazisti di mezza Europa  ( meno del 40 per cento degli effettivi era tedesco) e alle quali si devono buona parte delle stragi.

Insomma la repubblica di Salò non era altro che una finzione, un luogo che raccoglieva e addensava il sostanzioso nulla che alla fine era stato il fascismo e lo rieditava in forma di tragica rappresentazione, dove il potere di un tempo distillava il suo ultimo veleno. A servizio di altri. Qualcosa di angosciante, con un passato accartocciato come una foglia morta e un futuro inesistente se non come estrema forma retorica. E non esente da fenomeni di ricatto, depravazione e devastazione etica.

Certo è stata una tragedia, ora abbiamo solo una farsa nella quale si muovono personaggi ridicoli e ambigui, ma il cui andamento psicologico, il cui senso è lo stesso: vent’anni di slogan, un Paese fiaccato e spaventato, un duce invecchiato e in questo caso dissoluto assieme alle sue imprensentabili Clarette.  Nulla da dire se non le trite promesse. E chi alla fine comanda per estremo paradosso e analogia insieme  è sempre Berlino.

* Al tempo della Rsi per Protektorat Alpenvorland si intendevano le provincie di Trento, Belluno e  Bolzano, direttamente annesse al Reich. Tuttavia nella tradizione tedesca e austriaca per Alpenvorland ( terra al di là delle Alpi) si intendeva tutta l’Italia settentrionale, un po’ come per noi transalpino è sinonimo di francese.  Infati nei Piani di Hitler dopo la caduta di Mussolini era quella di fare del Nord una Provinz Alpenvorland. 

 

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