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Bavaglio di caste per la rete

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri sera nel santuario della soddisfatta senescenza regnava la concordia: casta partitica, casta cartacea e televisiva, casta della menzogna, tutti d’accordo, Vespa Valentini Gasparri, Mulè tutti intenti a difendere privilegi e interessi. E soprattutto la conservazione misoneista, lo status quo per mantenere il quale è preferibile oltrepassare il principe di Salina, perché per non cambiare nulla è molto meglio non cambiare nulla.
Riconosco a quell’unanime parterre un merito: funzionano da rigenerante, fanno sentire più giovani delle creme di estèe lauder che mi ostino a comprare e lasciare sulla mensola del bagno. Eh si la cricca trasversale più agguerrita è quella degli affermati anziani che dovrebbero essere sazi ma non gli basta mai, compiaciuti del loro successo ma invidiosi della giovinezza che quindi se non te la compri va esclusa, messa a tacere, inascoltata o meglio costretta al silenzio.

Il tema era quello, la libertà del web, che riaffiora come un velenoso fiume carsico: i gestori dei siti e dei blog sarebbero obbligati a rettificare qualsiasi dichiarazione, qualsiasi commento, qualsiasi affermazione qualora un qualunque soggetto, che si ritenga leso, lo chieda. Non ci sarebbe bisogno di provare che l’affermazione di cui si chiede la rettifica sia calunniosa o lesiva e nemmeno di rivolgersi a un magistrato comunista. Basta inviare una mail e, se la rettifica non arriva immediatamente, piovono multe consistenti.

Il perché dell’accanimento del governo, è evidente: censura e mannaia sulla critica e il dissenso. Ma si tratta di una preoccupazione bipartisan perché dalla “diversamente altra parte” si richiama a alla riaffermazione di un sedicente principio di responsabilità (appartenenza all’ordine, competenze e doveri del direttore, sanzioni, etc.) indirizzato oltre che a circoscrivere la libera espressione della critica, alla tutela di un contesto rigidamente regolato dal “mercato”, che, per sopravvivere, deve escludere la disordinata e benefica irruzione di soggetti indipendenti e incontrollabili.

Per quanto mi riguarda l’esito sarebbe paradossale, è tutta la vita che agisco per stare fuori dalla corporazione e secondo loro dovrei rientrarci a pieno titolo per criticarla. Ma tutto si tiene, tutto rientra nella loro pratica consolidata: cattivi politici alla guida della insurrezione contro la casta dei partiti, giornalisti che vogliono persuaderci che un padrone imprenditore dando il cambio a un altro padrone imprenditore possa salvare il paese.
Premetto che per arcaico amor di verità non credo che la salvezza del paese dipenda dal web e men che mai da soggetti appagati dall’irrisione di ministri improbabili ( invece di deporli e delegittimarli con metodi che vadano oltre la satira faidate). Ma resta una questione di principio. La rete e la comunicazione in rete ancorchè grezza e poco ragionata è un bene comune.

Ma per i ceti dirigenti Internet non è il più grande spazio pubblico che l´umanità abbia conosciuto. È, invece, una minaccia, un continente da “civilizzare”, da addomesticare perché si tratta di un luogo dove si manifestano fenomeni negativi e parlano voci dissenzienti che devono essere zittite.
Tutti si compiacciono del ruolo fondamentale di Internet nel favorire i processi democratici, ma tacciono sulle persecuzioni contro chi adopera la rete come strumento di libertà, alle decine di bloggers in galera in diversi paesi totalitari, alle forme indirette di censura in paesi democratici.
Si subordina il rispetto dei diritti fondamentali, della libertà di espressione del pensiero, alle leggi di una sedicente “sicurezza” che altro non è che sicurezza del mercato, con un evidente passo indietro rispetto a quanto è da tempo stabilito, ad esempio, dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali dell´Onu. Lo ha dimostrato l’atteggiamento del G8: compiacimento rituale per il ruolo della rete contemporanea all’ esclusione degli attori del popolo di internet compresi i rappresentanti delle istituzioni che ne assicurano il funzionamento (Icann, Isoc),
Come ha denunciato Stefano Rodotà siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, che vogliono imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libertà in rete identificata con la libertà d´impresa. Ignorando ambedue – non sorprendentemente – l’aspetto fondamentale per la democrazia: la dimensione “costituzionale”, quella che mette al primo posto una serie di principi che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Così stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un “takeover” dei governi su Internet, di una dichiarata volontà politica di mettere le mani sulla rete.

A tutelare quei principi dobbiamo pensarci noi, vigilando sulla neutralità della rete, essenziale presidio per libertà e eguaglianza e la sua pluralità. Abbiamo nelle nostre mani una ricchezza e il mercato e i suoi poteri ben intrecciati lo sanno bene. E ne hanno paura perché è una forza che attraversa e copre le distanze siderali che separano le condizioni di vita dell’umanità nelle diverse parti del mondo. Per una volta i più forti siamo noi e spetta a noi non farci disarmare.

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