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Teste di Silvio in farmacia

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Penso che non chiederò mai il porto d’armi. Perché non so come reagirei se un qualche sicofante, terzista, arlecchino del terzo millennio, sedicente intellettuale o idiota semplice, mi dovesse accennare alla “rivoluzione liberale” del primo Berlusconi. Non sopporto più il tanfo di questa merce avariata che è stata tale fin dall’inizio, una boutade dietro la quel si è nascosta la difesa ad oltranza delle rendite di posizione, dei privilegi, delle chiusure. E niente più.

Ieri la commissione Bilancio del Senato ha fatto un favore ai farmacisti angosciati dalla possibilità che una liberalizzazione mettesse in pericolo i sudati, altissimi redditi e ha approvato una norma che sancisce il numero chiuso per i venditori di farmaci. Certo non è questo che può sorprendere nell’Italia delle cricche e dei favori, quanto piuttosto la motivazione che è letteralmente una presa per i fondelli:  se il settore  “venisse abbandonato al libero mercato le logiche che presiederebbero alla dislocazione dei detti servizi non sarebbero più quelle della facile accessibilità, della capillarità e dell’universalità del servizio ma solo quelle della convenienza economica”.

Così mentre vogliono svendere e privatizzare tutto, compresi i beni comuni, i servizi pubblici e la stessa sanità proprio per darli in pasto al mercato, quando si tratta di salvaguardare qualche casta ecco che il “servizio” non più essere abbandonato alla convenienza economica. Come se tra l’altro un aumento del numero delle farmacie contrastasse con capillarità e universalità, invece di aiutarla.

Ma questa oligarchia incapace e decrepita ha solo l’ideologia della conservazione del potere, dei privilegi e del profitto a tutti i costi: è un neoliberismo feudale, un prodotto mostruoso che non ha masse, né citoyen, caste salottiere o di affari invece di elites, è una specie di centauro al contrario, testa di cavallo su corpo sociale di mignotta.

Ecco perché gli accorati appelli al salvataggio del Paese mi lasciano freddo: sarebbe solo il salvataggio di una creatura dove all’arcaica iniquità dell’ancien regime si somma lo sfruttamento integrale. E nemmeno concede la dignità della speranza , come se questa unica, vera modernità fosse un una sostanza proibita. Ancorché spesso sostituita proprio dai paradisi artificiali.

No, queste teste  di Silvio e i loro valvassini con croci al neon, uncinate o falsamente devote, non voglio proprio salvarle. Ed è proprio questo che ritengo fare la mia parte.

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