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Discontinuità senza cambiamento

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Tutti insieme appassionatamente. Confindustria, sindacati, cooperative, organizzazioni imprenditoriali, rappresentanti dell’agricoltura, del commercio e dell’artigianato chiedono una “discontinuità” che salvi il Paese dal suo ruzzolare verso il disastro.

Meglio tardi che mai, si potrebbe dire visto che il 90% delle organizzazioni che ora vogliono “un patto per la crescita”  sono state  fautrici di un appassionata continuità del berlusconismo e complici delle sue false promesse pubbliche, per ottenerne dei vantaggi settoriali o privati.

E invece meglio mai che tardi, perché l’ambigua discontinuità che chiedono è in realtà la consapevolezza che solo liberandosi dalla zavorra di questo governo ormai impresentabile si può sperare di fermare la discesa sempre più ripida. E assieme ad essa anche quella caduta finale che può mettere in crisi gli equilibri ineguali e opachi. Che possa ancora permettere la gigantesca evasione fiscale, il precariato a vita e con esso i bassi salari, la facoltà ricattatrice dei Marchionne, le rendite di posizione e il valore aggiunto individuale della corruzione. Che muoia Berlusconi purché sia salvo il berlusconismo.

Essi pensano che la poca credibilità dell’Italia dipenda dal Cavaliere, mentre dipende invece proprio dal massacro che egli ha attuato sulla società italiana con la complicità e la partecipazione di tutti o quasi coloro che adesso chiedono un patto perché tutto continui come prima, salvo cambiare le facce. Cosa che non ci salverà affatto dal declino: lo renderà semplicemente più lento, più controllabile.

Non a caso qualcuno invoca “lo spirito del ’92” che appunto consistette in una fiammata di speranza nel rinnovamento della società, ma che si concluse con la paura che finissero travolti i privilegi de lege o de facto, le prassi e le mentalità che erano cresciute dentro la divisione dei blocchi e che si avviavano ad essere un motore di non sviluppo. E infatti lo sbocco di quello spirito fu Berlusconi e la sua promessa reale di mantenere l’Italia in quella situazione border line. Aggiungendovi di suo altri carichi di iniquità.

Sono passati molti anni da allora e ci ritroviamo in tutte le statistiche mondali agli ultimi posti come produttività, come salari, come qualità della vita, come disuguaglianza sociale, come welfare, come capacità di innovazione, come sistema sistema scolastico e ai primi come debito, come economia sommersa, evasione, corruzione e influsso della criminalità, malfunzionamento della giustizia. E con tutto questo i firmatari della discontinuità dicono che “i fondamentali” dell’Italia non sono tali da giustificare l’aggressione alle borse e agli spread sui nostri titoli che hanno già mangiato tutta l’iniqua manovra di Tremonti. Invece sono proprio i fondamentali che non vanno

Altro che discontinuità, ci vuole un cambiamento radicale. E certo un nuovo patto, non un altro contratto truffaldino.

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