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Morti sul lavoro: la crisi dimenticata

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Cinque morti in un giorno. E’ il bilancio tragico degli incidenti sul lavoro registrato nella sola giornata di ieri in Italia. Due vittime in Piemonte, una a Scandicci (Firenze). E ancora, a Bolzano ha perso la vita un operaio di 21 e nel potentino un agricoltore di 45 anni. Secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti sul lavoro, dall’inizio dell’anno ci sono stati 345 morti per infortuni professionali. Ma il numero supera i 650 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade e in itinere. Rispetto allo scorso anno,l’aumento è del 14,8%. Erano 292 i morti sul di lavoro al 21 luglio del 2010.
L’Italia è unita: vittime equamente distribuite. E iniquamente subito dimenticate perfino dall’Osservatorio o da Repubblica, non so, che non aggiornano mai la cifra. E ancora più velocemente liquidate: si sa la colpa è del fattore umano, come se fosse umano che qualcuno muoia per incuria, avarizia, cattiva manutenzione, inosservanza delle regole.
C’è di che tranquillizzare la signora Marcegaglia: il prezzo della crisi non pesa solo sulle “imprese oneste”. C’è un’altra categoria che paga più di tutte il costo del sistema economico che proprio quelli come lei hanno contribuito a consolidare. E di onesto c’è poco in aziende dimissionarie dalla responsabilità, che non investono in innovazione, che sopravvivono grazie a aiuti pubblici e “ sconti” fiscali e che risparmiano sulla sicurezza e i controlli. Si, che magari non corrompono esplicitamente, che magari non evadono: si limitano a usare bene l’ingegno elusivo dei loro commercialisti, che magari non commettono atti apertamente illegali. Ma sia chiaro che è disonesto e illecito e immorale perseguire profitto a spese del benessere, della vita e dei diritti dei lavoratori.

L’indifferenza nei confronti degli investimenti in sicurezza e la proterva inclinazione a aggirare leggi e regole è esemplare e testimonia dell’ottusità autodistruttiva e della miopia di questa classe imprenditoriale. Che non intende che è una minaccia anche per il capitalismo quel dissolvimento dei valori morali non capitalistici. Perché si tratta dei valori della modernità non regressiva, quelli che rappresentano davvero progresso e civiltà e che sono una premessa di equilibrio e democrazia. E quindi di “guadagno” distribuito in modo equilibrato se non equo, condizione comunque necessaria dello sviluppo.

Rispetto a quei morti e rispetto al loro stesso declino non sono innocenti. Semmai sono ingenui: si sono fatti incantare dal sogno illusorio di una crescita ingiusta ma illimitata, colossale ma ecologicamente e umanamente insostenibile, capace di soddisfare la fame di consumi di una parte del mondo ma inetta a placare la fame vera di interi sterminati territori. Che per una insensata ma non sorprendente geografia prospera ormai anche qui. Siccome sono gli accidiosi proprietari del giardino hanno scelto come lo zio Vania di non scendere dagli alberi e di vivere di rendita, di stare là a guardare il mondo sotto di loro godendo dei frutti della loro pavida accumulazione impegnati solo a premere i tasti per concorrere a gonfiare l’indigesto soufflè del turbo capitalismo, avido e disinibito. A noi piace di più il fratello di Vania, che va avanti oltre le recessioni e le catastrofi. Da quando ha saputo di dover morire ha voluto migliorare la sua vita. È il nostro limite e la nostra forza questa potente e creativa “disperazione” cosciente dei rischi da scongiurare e delle ingiustizie da risanare e che stupefacentemente genera speranza. La cui negazione nichilistica si chiama stupidità. E duole ancora di più che ieri siano morti cinque di noi uccisi dalla loro stupidità. Criminale e cieca stupidità.

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