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Rosa estemporaneo

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si lo so adesso alcune amiche mi rampogneranno: non ti va mai bene niente. Può, darsi, anche se invece, con un certo disappunto, sono propensa a credere che davvero non vada bene nulla.
Salvo il possedere ancora sia pur limitati territori di libertà di espressione, anche se non si gode delle stesse tribune e degli stessi dorati ripetitori delle autoproclamate leader delle donne a Siena. Leggendo le cronache che, mi è stato ricordato stamattina, non sono “pane e nutella”, anche se sono altrettanto stucchevoli, si ha la stranota, tante volte già provata impressione del sopravvento della narrazione e della spettacolarizzazione sulla realtà. Del trionfalismo “rosa”, con le donne tutte belle, anche le brutte, tutte ridenti e irridenti, tutte rabbiose e giocose, ancorché precarie incazzate sole emarginate sfruttate (anche se non so perché ma sospetto che poche marginali si siano potute permettere la gita fuori porta). Tutte donne e in quanto tali toccate dalla grazia del sentimento, della dignità e della cosciente responsabilità di una vocazione all’amore e all’accoglienza.

Son tutte belle le donne donne del mondo, tutte tranne quelle della politica, la Perina (fino a poco tempo fa indicata dalle stesse come una vittima sacrificale della libertà d’espressione), la Bongiorno (sdoganata per attività antimolestie), Bindi , Camusso, salutata come un’epifania, donna al vertice del sindacato, Turco. Mancavano la Marcegaglia o la Lei (ma si, non disturbiamo il manovratore mettiamola alla prova, si è scritto). Ma tutte ecumenicamente fischiate con pari intensità. Tutte ree di essere embedded della politica più che della partitocrazia. Eppure sia loro che quelle che le fischiavano erano assolutamente d’accordo: non ci si può fidare di organizzazioni create dai maschi per altri maschi e per interpretare interessi maschili. Ma la prossima volta noi le fischiate e voi le fischiatrici voteremo solo per organizzazioni che rappresentano i nostri comuni interessi, perché ci danno affidamento solo quei movimenti che hanno a cuore la dignità e i diritti delle donne.

Ho tanto scritto di indivisibilità dei diritti che non ci torno sopra. Ho tanto detto di dignità dei corpi di tutti, uomini e donne, belli e brutti, sfruttati alla catena di montaggio come sulle copertine, di corpi poco omogenei con la somatica di regime, di vecchi e malati come delle veline, volontariamente ma soprattutto involontariamente che non ci torno sopra. Ho tanto ricordato che il consumo delle donne va di pari passo col consumo di ambiente e bellezza e con l’impoverimento delle conoscenza, della poesia, del paesaggio, come in sostanza delle passioni e dell’amore che annegano nel rancore e nell’indifferenza, che non ci torno sopra.

Ma invece mi chiedo perché se quelle sono eccezioni a un pensiero femminile ormai assurto a mito – che confermerebbe la regola di uno specifico di genere più attento ai bisogni delle donne, ai loro diritti e alle loro legittime aspettative di maggioranza oppressa tanto do esigere i riconoscimenti di una minoranza – per quale regia sono state fatte sfilare in passerella come in tutte le “cerimonie” rituali dell’apparire dell’aborrita partitocrazia?
Rappresentare un paesaggio di bisogni, dopo averne testimoniato non è facile. E ne testimonia la crisi di identità e di delega dei partiti e dei sindacati. E il sostanziale insuccesso delle donne che fanno parte della loro dirigenza. E io non credo che cooptazioni di genere, mediante l’integrazione in tollerate quote rosa, possa mutare una cultura della democrazia che è penalizzata su questo come su altri terreni. Non è facile rappresentare nemmeno la dignità dei corpi in un regime nel quale convinzioni solo apparentemente confessionali si combinano con una cultura di governo ispirata alla sopraffazione dell’autodeterminazione personale, del diritto di scelta nelle vita come nella morte, che in sostanza ledono la democrazia ben oltre il libero pensiero. E non è facile rappresentare i diritti di tutti solo attraverso l’interpretazione dei diritti di una parte, perché essi sono tali in quanto indivisi, quelli delle donne e ancor più delle donne che non vivono nel privilegio, quelle dei giovani lesi nel loro futuro, quelli di lavoratori espropriati della certezza delle loro conquiste, quelle di chi arriva qui spinta da fame miseria e da un bisogno disperato di emancipazione.

La dignità come la democrazia e la libertà, non sono esportabili in missioni di “guerra” e nemmeno di pace. Vanno conquistati in una alleanza di tutti colori che si sentono ispirati a lottare per essi e a lottare con chi vive la stessa battaglia. E su tutti i campi di quella battaglia perché questa è la politica, appartenere a una polis, una città dei diritti nella quale si ragiona e si lavora insieme. E i cui quartieri sono il lavoro, la strada, il mercato, la scuola, i partiti, il sindacato, la rete, i libri e la misura che ci canta dentro. Che non vuole leader: dei berlusconi più educati, ma neppure delle Turco più creative, delle Perina più aggraziate. Che non si accontenta di un ricambio nelle cariche elettive secondo criteri che premiano più l’audience che la competenza.

I fischi agli attrezzi obsoleti della partitocrazia non devono mettere il silenziatore alla politica, al bisogno che abbiamo di partecipare alla democrazia. E non è bene coprirli con l’applauso a chi non rappresenta il nuovo ma solo l’improvvisazione, o peggio il malessere, le frustrazioni, il rancore. Il futuro dobbiamo immaginarcelo e riprendercelo noi, che nessuno si candidi per confezionarcelo.

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