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Onesti a parole, disonesti con le parole

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Schumpeter sosteneva che la caratteristica di un governo democratico non è l’assenza di èlite ma la presenza di più èlite in concorrenza per la conquista del voto popolare.
Ipotesi suggestiva ma scoraggiante. Se fosse vero potremmo considerare illusoria la convinzione di vivere in una democrazia imperfetta incompiuta ma viva e vitale. E non tanto per la dimostrata assenza di una contesa tra differenti espressioni di una classe dirigente. ma perché nella latitanza di una opposizione, quella al governo non costituisce certamente una selezione, una scrematura della cittadinanza. Forse invece è la sentina, forse testimonia gli istinti peggiori, le più riposte inclinazioni che vengono alla luce con prosopopea, i caratteri più immondi e turpi, dei quali ci vergognavamo se li vedevamo rappresentati nei film di Alberto Sordi e che escono allo scoperto, sdoganati da un regime che impasta vigliaccheria e tracotanza, disonestà e ipocrisia, menzogne e luoghi comuni, noncuranza e egoismo.

Il senso della comune appartenenza e la consapevolezza che nessuno può ritirarsi in se stesso creando solchi e mondi separati, rappresentano la forza che rende possibile il miglioramento comune. Il grande paradosso italiano ha fatto si che mentre c’era chi sognava il regno dei migliori prendesse piede il governo del più forte e del più ricco. E che l’unica uguaglianza desiderata e applicata fosse quella dell’assomigliarsi di mondi e individui separati somiglianti nella comune aspirazione alla conservazione del poco avendo dato le dimissioni dal sogno del molto e del bello.

Ieri la selezione del peggio di noi al governo ha tenuto il suo spettacolo. Non era cine vèrité era la solita mediocre rappresentazione di un potere al tempo stesso esibizionistico e sfrontato a cominciare dall’espropriazione e spoliazione di parole simboliche del nostro immaginario: amore, onestà, e invisibile, nella riconferma della sua rappresentatività di forze occulte: logge, mafie, criminalità e malavita, servizi incontrollati, protettori di mestatori e mestatori legalizzati.
Anche per questo la speranza democratica di questi tempi è messa alla prova, in presenza di un doppio strato, quello illustrato da Bobbio, poco simmetrico con uno stato visibile e trasparente e uno invisibile e incontrollabile, che innerva ormai sempre di più la vita del Paese.
E che ci sia l’intento esplicito di allargare sempre di più questo spazio “arcano” è dimostrato dalla pervicacia con la quale si dà priorità a misure censorie e repressive di trasparenza e garanzie di accesso e circolazione delle informazioni oltre che di lotta all’illegalità.

Nel “doppio strato” sempre più omogeneo, si consumano due crimini: occultare ai nostri occhi l’azione di rafforzamento della plutocrazia, e procedere alacremente e ostentatamente nella realizzazione del suo opus nigrum, l’opera nera”, quell’alchemica spoliazione delle forme e delle sostanze della democrazia.
Visibile deve essere l’intimidazione e la provocazione, ma segreta, invisibile e incontrollabile invece quella ragion di stato contemporanea, dietro alla quale celare illeciti e brutture.
Secondo Patrone è del tiranno fare in pubblico atti scandalosi che i comuni mortali immaginano di compiere solo in sogno. Forse qualcuno ha sognato i filmetti pornografici del premier, ma anche quel tempo è passato. Ormai gli “onesti” sono credibili solo nelle promesse di incubi.

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