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Di Pietro, l’arroganza della moderazione

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L'isola caraibica di Antonio di Pietro su Second Life: viene a pennello con certe mutazioni politiche.

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“E’ un uomo solo costretto a comprarsi affetti e consenso. Nutro per lui umana pietas”. (Di Pietro sul premier)
Oggi acutamente e argutamente il Simplicissimus discetta sul temperamento dipietrista e è persuasiva la tesi che la weltanschauung dell’uomo non può farci cogliere di sorpresa dalla sua ispirata conversione al dialogo con il nemico di sempre, appropriata per un neo schmittiano che ha costruito la sua identità politica sull’antagonismo. E che in mancanza di convinzioni e stelle polari lucenti e illuminanti, fa luce in sé e nei suoi fan attraverso trite parole d’ordine di quella modernità regressiva care all’oligarchia politica e imprenditoriale.
Io però non considero marginale la sua adesione entusiastica al filone neo compassionevole inaugurata, lo ricordo bene, dalla direttora dell’Unità e da Mieli che volevano convertire il premier dall’attenzione per le ragazzine a quella per i ragazzini di borgata da avviare alla musica, e proseguita via via da altri caritatevoli e comprensivi benpensanti.
Credo che questa inclinazione alla comprensione magnanima per l’uomo, come se fosse possibile ed utile disgiungere l’aspetto personale da quello pubblico, sia quanto mai pericolosa anzi francamente immorale oltre che antistorica. E che la impersoni mitemente l’uomo di manipulite trasmette un messaggio di disincanto cinico e diseducativo.
Si è il pericolo mortale e morale di quello che gli inglesi chiamano il muddling through, mettere tutto nello stesso pentolone. Succede ormai quotidianamente con la lettura del nostro passato lontano o recente, con quella inquietante disponibilità alla pacificazione, all’oblio di colpe e responsabilità, alla sottovalutazione di misfatti e crimini, giustificati per età, precoce o matura, infanzie infelici e stenti patiti, che negano direttamente o indirettamente responsabilità e colpe commesse in piena coscienza.

A me non piace molto la pietas. Le preferisco di gran lunga la compassione – quella di Schopenhauer e Kierkegaard) vivere il dolore e le pene degli altri nel contesto di un senso comune, che deriva dallo stare insieme, non sopra, sotto o accanto, ma davvero insieme tra simili, partecipando in solidarietà, in unione spirituale e in aiuto concreto. E abbiamo ben “altri” su cui riversarli, oltre a noi stessi. Per lo più in qualche modo vittime proprio di quell’uomo solo: “clandestini”, donne diventate minoranza politica e civile, giovani depredati del futuro, cittadini privati di bellezza, istituzioni impoverite di autorevolezza, lavoratori derubati di diritti, italiani defraudati di credibilità nel mondo. Si ce n’è per tutti gusti, da compiangere, anzi con cui piangere insieme.

Gli italiani che avevano visto in Di Pietro l’idealtipo di un nuovo esercizio della politica sempre in procinto di sconfinare nell’antipolitica si erano probabilmente già ricreduti, quelli che amano gli archetipi avevano probabilmente già intravisto una consolidata strategica astuzia molto metropolitana dietro il travestimento ruspante di scarpe grosse e cervello fino. Adesso l’uomo di manipulite in cerca d’autore sembra voglia demolire anche l’incarnazione della missione di fare giustizia anche a rischio di giustizialismo.
È una provocazione contro chi ha subito l’arroganza di uno dei governi più iniqui degli ultimi 150 anni la testimonianza di misericordia nei confronti di uomo di malgoverno che persegue un disegno eversivo mediante azioni golpiste, inquisito per malversazioni e reati turpi, che a comportamenti “pubblici “ indegni del suo incarico combina atteggiamenti privati altrettanto disdicevoli e indecorosi.
Al leader del partito dell’amore va riconosciuto il talento di aver insegnato l’odio a molti di noi. E di aver alimentato ira, collera e rancore. Per pietà non lo vorremmo vedere appeso per i piedi, ma per giustizia in galera, quello si.

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