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Mettiamo le parole nei nostri cannoni

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre noi mostravamo quel po’ di coraggio che ci resta con 4 SI, proprio sul coraggio dibattevano sorprendentemente quei due impudenti rigattieri di valori e pensieri mediocri e regressivi, che una volta recitavano la rappresentazione della politica nel gioco delle parti di poliziotto buono e poliziotto cattivo, e che oggi invece stancamente litigano davvero.

Non so a voi, ma quella disputa sul coraggio alimentata da due cialtroni che confondono l’audacia dell’intelligenza e della progettualità, con la prepotenza, la prevaricazione, la sopraffazione e l’esercizio dell’iniquità come pilastro delle loro politiche di governo, mi offende.

Perché la temerarietà della ragione è una cifra necessaria all’esercizio della buona politica, mentre la sfrontata e proterva pratica del sopruso  per imporre interessi di parte, primato del profitto e rappresenta solo una delle declinazioni sia pure esplicite dell’autoritarismo di una oligarchia che sbraita becera i propri inappropriati diritti al privilegio.

Ma il coraggio in politica come hanno inutilmente ripetuto da Socrate a Arendt, è una virtù rara che appartiene a chi ama il mondo con lealtà, a chi lavora per salvaguardare  lo spazio politico (e dunque della libertà).  La “decisione cruciale”, per chi si dedica alla vita politica, riguarda la capacità o meno di amare il mondo più di se stessi quindi una  capacità che richiede valore e ardire, perché deve saper liberare “gli uomini dalla preoccupazione per la propria vita in ordine alla libertà del mondo. Il coraggio è indispensabile perché in politica la posta in gioco è il mondo non la sopravvivenza”.

Invece qui siamo in presenza di imprenditori della paura, tanto che la producono incessantemente per disamorarci della democrazia, della solidarietà e della responsabilità, dediti all’uso improprio di istituzioni, di beni pubblici e anche delle parole, in un precipitare delle idee generali, delle aspirazioni collettive, dei programmi finalizzati a un equo sviluppo della società finalizzato all’autoaffermazione di sé e al conseguimento del puro potere.

Le idee, le opinioni e le parole che le esprimono  servono solo come copertura dell’aspirazione a vari dispotismi e a far valere il comando dell’autocrate.

Se il numero di parole in uso è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia siamo davvero in pericolo. E ciononostante non c’è da disperare se ridotti a pronunciare solo si o no, trasformeremo questa occasione in un plebiscito per il ripristino di legalità, libertà e democrazia.

In realtà più che il numero delle parole è importante la loro qualità e il loro impiego democratico, perché non si corrompano i concetti, le idee e i principi: “sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente, ma nuoce allo spirito”, secondo Socrate.

E infatti nella complessiva slealtà e defezione rispetto ai cittadini questa classe politica ed imprenditoriale ha commesso anche un tradimento delle parole e sottratto verità al comunicare e alle regole della convenga che se ne devono nutrire.

Così la libertà da protezione dei diritti degli inermi è diventato lo schermo dietro il quale si consumano prepotenze e sopraffazione in nome della difesa dei privilegi. La giustizia da invocazione di chi si ribella all’iniquità è stata stravolta in modo che il potere e chi lo esercita vi si appelli per coprire e giustificare ogni sua azione anche la più iniqua.

E via via, legge di mercato per profitto e sfruttamento, obiettività per cinismo, guerra preventiva per aggressione, esportazione di democrazia per azione bellica in un crescendo di aberrazioni e ambiguità che coprono l’assenza di principi, valori e idee, che non siano solo al  servizio di una potenza cieca e ebbra di accumulazione di ricchezza, prerogative, vantaggi, immunità e franchigie.

Quei SI  che valgono come dei NO a questo regime, servono anche a preservare  l’integrità del ragionare, dell’intendersi con onestà, del rispettare la verità, dello scrivere insieme il futuro.

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