Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai periodicamente mi succede di occuparmi della signora Marcegaglia. D’altra parte se una sceglie di essere la testimonial dell’imbroglio liberista, la vivace ed emotiva rappresentante del modernismo regressivo è condannata a ricevere attenzioni. E non è l’unica condanna: il giudice del lavoro del Tribunale di Ravenna, ha condannato il gruppo Marcegaglia Spa per comportamento antisindacale.
Secondo l’ordinanza, l’azienda ha impegnato nella sua attività di produzione a Ravenna 40 dipendenti formalmente assunti da una società diversa, la Nuova Inde srl di Udine, proprio durante le trattative sindacali per la definizione del salario d’ingresso. Il giudice ha quindi ordinato alla Marcegaglia Spa di assumerli a tempo indeterminato, a partire dalla data di ingresso nello stabilimento di Ravenna. E di applicare loro il trattamento in vigore nel gruppo, e non il salario d’ingresso che è stato successivamente concordato tra azienda e sindacati con l’accordo raggiunto il 12 aprile scorso. Marcegaglia è stata condannata a pagare le spese processuali alla Fiom-Cgil di Ravenna, che aveva presentato ricorso in aprile.
La vicenda risale alla fine dello scorso mese di ottobre, quando i 40 lavoratori, formalmente assunti a Udine dalla Nuova Inde (successivamente acquistata dallo stesso gruppo Marcegaglia), furono distaccati fin dal primo giorno di lavoro presso la Marcegaglia di Ravenna. E lì sono rimasti fino al primo maggio scorso, quanto sono entrati formalmente in Marcegaglia, ma come “nuovi assunti” (e quindi col salario d’ingresso, cioè ridotto). Il giudice ha ritenuto questo espediente illegittimo, visto che quei lavoratori erano stati impiegati prima che fosse raggiunto l’accordo sul salario d’ingresso.

E allora sull’imprenditrice incline all’autocommiserazione e all’indulgenza nei confornti degli assassini sul lavoro io penso sia ora di dare un giudizio non solo politico. La condanna oltre che giudiziaria deve essere morale. E deve investire questo governo e questa classe imprenditrice legate sia pure con qualche malmostosità e qualche risentimento e poche rimostranze, da un patto scellerato, contro i diritti dei lavoratori, contro al dignità, i valori e le conquiste del lavoro, contro la democrazia non solo quella industriale. E che persegue l’affermazione di uno schieramento trasversale ben definito che non è arcaico definire di destra e che ha un carattere non solo economico perché guardando a una società vecchia e spaventata come quella europea e italiana in particolare, le forze neo conservatrici si sono fatte imprenditrici della paura e della inevitabile svolta autoritaria che ne consegue. E hanno inserito in un loro “manifesto” ideologico la sicurezza delle città, l’immigrazione, la minaccia islamica, i minareti, la concorrenza interna degli stranieri, in nome di un preteso ordine sociale attribuito e suggerito da una pretesa maggioranza silenziosa, che comprende anche l’elusione di regole e leggi, l’evasione fiscale, l’irrisione delle conquiste e dei diritti sindacali, il primato dell’arbitrarietà.

Perché tanto la minaccia è quella solita, cara a questo ceto imprenditoriale codardo nel rischio e nell’iniziativa, ottuso e miope, abituato a contare su grandi elemosinieri pubblici e su una certa indulgenza da parte dell’amministrazione pubblica e della giustizia, ricattati dal diktat rituale: o così o ce ne andiamo.
Così hanno infranto il vincolo essenziale e “umano” di fairness. Hanno anche smantellato l’ipotesi contrattualistica kantiana tanto amata da Rawls di un equilibrio sostenibile se non “giusto” secondo cui le disuguaglianze si mettono in condizione di sussistere massimizzando le posizioni degli svantaggiati.
L’avidità, la smania dispotica di profitto, l’ossessione per una accumulazione promossa senza rischi li ha ottenebrati anche rispetto ai loro interessi
A forza di perseguire ingiustizia sono cadute nella rete della giustizia. Il caso Thyssen ha mostrato che nessuno è intoccabile. Oggi questa sentenza lo conferma. Lo ricordi la Marcegaglia e lo ricordi il suo premier. E’ tempo di fare giustizia.