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I salotti di Salò

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Succede a volte che il mio Pc scriva da solo come sotto dettatura con impeto ma anche con una certa stanchezza che deriva dal ripresentarsi miserabile ed avvilente di certe spregevoli infamie. Per esempio un certo Gregorio Fontana è l’ignobile primo firmatario di una proposta di legge che immagina possano essere “riconosciute” tutte le organizzazioni di ex ”belligeranti”, senza limitazioni di sorta, fino alla concessione di contributi pubblici: le associazioni degli ex combattenti della Repubblica sociale di Salò potrebbero così avere lo stesso status giuridico e gli stessi “benefici” dell’Anpi e delle altre associazioni ex combattentistiche, ricevendo contributi statali. l’apertura è prevista da una proposta di legge del Pdl all’esame della commissione Difesa della Camera.
Ho avuto la tentazione di lasciare che il mio Pc sciorinasse il mio abituale pistolotto sul revisionismo, sulle pacificazioni fittizie, sul rischio che l’omologazione e l’appiattimento rendano tutti uguali inducendo una disaffezione e un allontanamento dalle istituzioni, dalla politica, dalla socialità. Il Pc avrebbe ragione. Ma c’è anche da capire che clima risuscita questi sussulti di nequizia, li ammette, li tollera. Non ci vuole molto a capire che l’impasto di vero e falso, verità e menzogna, buono e cattivo, lecito e illecito, regolare e irregolare produce una confusione di valori e riferimento particolarmente festosa per chi ne approfitta, come di una caligine dietro la quale tutto diventa accettabile.

Si sarà così, sarà che prima o poi doveva finire la “politica del rancore” quella del conflitto ideologico, incline a investire le convinzioni di connotati morali a elevata carica emotiva, a trasformare il confronto in sfida mortale.
Si sarà nell’ordine delle cose che nel clima di pragmatica secolarizzazione, o forse meglio dissacrazione della politica, si giungesse allo svuotamento dei concetti di “destra” e “sinistra”, entità debolissime a detta dei politologi, destituite di ogni contenuto identificante e dotate tutt’al più di vago significato descrittivo.
Ma tutto questo discorrere di “fine delle ideologie” puzza di artificio tattico: quello dell’“attenzione” di ognuna delle due parti per i fermenti simmetrici capaci, grazie al superamento assiale di destra e sinistra, di fa evolvere verso la dimensione conciliante e pacifica della politica.

Dalla svolta di Fiuggi via via il processo di “normalizzazione” ha ufficializzato – come nella Bicamerale – lo “scambio” dissolvendo nel mercato politico l’antico antagonismo di identità non negoziabili.
E c’è chi dice, più nobilmente, che la debolezza della contrapposizione tra destra e sinistra sia la feconda ricaduta dell’affievolirsi dei quella logica delle antinomie: quella di amico/nemico prima di tutte, che ha da sempre strutturato l’esercizio della politica, favorendo il superamento di pregiudizi, differenze e antitesi.

Ma in questa età dell’incertezza e dell’instabilità, nell’allargamento apparentemente illimitato dello spazio sociale, è venuto meno l’equilibrio delle identità relative: si è a destra in rapporto a qualcuno che si colloca alla propria sinistra e viceversa. Così a una sinistra pentita rinunciataria della sua storia memoria e tradizione, in perenne inseguimento di credibilità e consenso moderati, si contrappone ed esplode una destra viva identificabile perché continua ad attingere alla sua “cultura” di riferimento, fondata sulla triade populista: paura, xenofobia, razzismo, arricchita da contenuti propri della sua modernità regressiva: svuotamento della democrazia per consolidare una gestione affaristica della cosa pubblica, personalizzazione, antipolitica, perdita di senso dell’unità e della repubblica. E il corollario è sempre rappresentato dall’esaltazione delle virtù delle monocrazie, dal primato dell’autoritarismo sul parlamentarismo.

Una sinistra dimessa, spaesata e remissiva, incapace di definirsi e rappresentarsi e dimentica delle proprie radici e della propria storia, rimosse come vergogne, ha permesso in questi anni se non addirittura favorito la riconciliazione con i fascismi, la perdita del senso dell’antifascismo e con essi l’impallidire di quelle stelle polari irrinunciabili, diritti, solidarietà, eguaglianza, libertà.

Se è vero che sta cambiando il vento facciamolo soffiare per disperdere questa nebbia calata sul senso comune e sulla verità. Fermiamo quest’altro infame colpo di coda di chi vuole privatizzare anche la Costituzione fondata sui principi della Resistenza, per farne una struttura elastica da piegare a qualsiasi disegno autoritario e da impiegare per risolvere i propri problemi giudiziari.
La memoria deve essere al servizio della verità e della giustizia. E la storia deve essere al servizio del futuro, perché l’infamia non si ripeta.

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