Site icon il Simplicissimus

L’Aquila e la triste scienza

Annunci

Talvolta può accadere che dei magistrati interpretino meglio la scienza di quanto non accada agli scienziati. Specie se sono scienziati di Stato, legati allo stormir di fronde del potere e alle sue espressioni più ambigue come Bertolaso. Così  non è affatto strano che i componenti della commissione grandi rischi, quelli che a L’Aquila fungevano da tranquillizzatori ufficiali, siano stati rinviati a giudizio per omicidio colposo.

Nei giorni successivi al disastro, il comportamento di questi esperti, proni alla volontà del dominus della protezione civile, venne giustificato col fatto che i terremoti non si possono prevedere: la frase magica doveva essere la difesa definitiva per l’errore e soprattutto la mancanza di un minimo criterio di precauzione.

In effetti è stato un argomento che ha fatto presa, nonostante la sua totale illogicità e anche  la sua mancanza di rigore: poco più che una frase di rito destinata a cascare nello stagno di un Paese dove la cultura scientifica è carente.

L’argomento è illogico innanzitutto perché se i terremoti non si possono prevedere, non li si può nemmeno escludere come al contrario fece la commissione Grandi Rischi su caldo “suggerimento” di Bertolaso. Certo prendere precauzioni sarebbe costato e Tremonti non aveva voglia di scucire un soldo.

In secondo luogo, quando si parla di previsione non in termini discorsivi, ma scientifici si intende che un certo evento si verificherà in un determinato luogo, in un determinato istante e con certe caratteristiche. In questo senso, certo i terremoti non si possono prevedere. Questo però non significa che non vi sia alcun criterio di probabilità. Nessuno di noi sarebbe così pazzo da pensare che sia più probabile un terremoto in una zona non sismica rispetto a una zona sismica. Così come ognuno di noi sa, anche senza aver studiato nulla di statistica, che è più probabile avere un incidente d’auto se si corre sull’autostrada che non stando stravaccati sul divano.

Ora la cosa che bisogna capire è che tutti i fenomeni sono statistici, che l’ordine della natura è probabilistico. Sebbene il principio di indeterminazione sia stato formulato da 70 anni il nostro modo di pensare alla scienza è ancora newtoniano. Alcuni eventi hanno diciamo così un “grado di certezza”  tale da avere pochissime probabilità di non verificarsi nel corso di una vita umana o anche nel corso di trilioni di anni, altri invece sono talmente rari che possiamo essere ragionevolmente sicuri di non vederli, di alcuni possiamo calcolare esattamente la probabilità, di altri invece non siamo in grado di conoscere la possibilità statistica. La verità è un approssimarsi, non è qualcosa che abbiamo in mano ed ecco perché le vere conoscenze sono quelle falsificabili e non quelle assolute.

Ora la sicumera con cui la commissione Grandi Rischi ha assicurato che non c’era pericolo nel corso di un evento sisimico della durata di molti mesi e con 400 scosse, di cui molte abbastanza forti, è qualcosa che non ha che fare con la scienza, ma con altri e più probabili interessi. E’ vero che molte scosse di piccola e media entità normalmente dissipano l’energia accumulata nelle faglie e possono così evitare la scosse molto forti, ma anche questo è solo un calcolo di probabilità. Anche perché non conoscendo la quantità di energia in gioco, potendola solo statisticamente supporre, sulla base di conoscenze assai incerte, si rientra nel campo della pura empiria.  Diciamo pure del tiro di dadi.  A quale cinismo siamo arrivati se la vita stessa delle persone viene giocata con tanta facilità? E non lo chiedo certo alle cricche, non al fango umano che si addensa attorno al potere. Lo chiedo a chi ha fatto della conoscenza lo scopo della propria vita e la l’ha svenduta così facilmente.

Decisamente l’interpretazione dei magistrati risulta più corretta: le precauzioni andavano adottate. E questo ci rimanda al problema  che sta diventando sempre più acuto e imbarazzante, man mano che la politica e gli affari debordano nel malgoverno di questi anni, nello scasso dell’istituzioni e nel tentativo autoritario: quanto sono indipendenti gli enti scientifici italiani dal potere e quanto sono in grado di esprimere valutazioni corrette e non opinioni di comodo espresse sotto ricatti e pressioni?

Negli ultimi tempi abbiamo scoperto che al vertice delle massime istituzioni scientifiche ci sono anche personaggi non solo incompetenti, ma pure francamente immondi come il vicepresidente del Cnr e occorre domandarsi cosa ci sia sotto questa punta dell’iceberg, quali interessi e compromessi, quali scambi, quali relazioni segrete.

Quale valore ha ciò che si dice in nome della scienza all’interno di questa cattività berlusconiana? E naturalmente la domanda allude al bisogno in una società moderna e democratica di dare una totale terzietà a queste istituzioni. Ma temo che anche per questo bisognerà aspettare che finisca la nottata.

Exit mobile version