il Simplicissimus

Il nuovismo del Primo Paggio

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ex segretario dei democratici Veltroni, intervistato dal Foglio, diretto da un altro che nega di essere mai stato comunista, chiede che la gestione del partito di Bersani venga sottoposta a severa verifica dopo il voto: io credo, dice, che dopo il 16 maggio sia opportuno aprire con il segretario una discussione seria per capire se il percorso scelto dal partito è quello giusto. Noi abbiamo le nostre idee, le nostre convinzioni e le nostre proposte e quando arriverà il momento naturalmente non mancheremo di esporle.
E immagina il sindaco di Firenze Renzi, quello di Torino Chiamparino e il presidente della provincia di Roma, Zingaretti, tra i leader di domani insieme a tutte quelle personalità che non sono direttamente riconducibili al mondo della politica ma che non aspettano altro che avere la propria occasione per dare un grande contributo al progetto del centrosinistra.
L’inefficace sortita in insolito sodalizio con Pisanu deve averlo persuaso che è preferibile cercare associati meno radicati nella “vecchia politica”. Così ci rassicura sul possibile rientro in scena di un altro Calearo o di Calearo stesso, o di altri esponenti di quella società che solo lui reputa “civile”, i Chiamparino, dichiaratamente allineato con i peggiori sindaci sceriffi, i Renzi “diversamente berlusconiani ma non troppo”, insomma tutti gli embedded di quella modernità morfologicamente regressiva e reazionaria, cinica e affaccendata in affarismi opachi e accordi trasversali e spregiudicati.
A Roma, dove lo chiamavamo er Cola Cola per quella vaporosa leggerezza che pare proprio aver irrimediabilmente perduto, si direbbe che “nun ce sta”.
Così dopo essere stato il più autorevole e rappresentativo testimonial del buonismo, è passato con altrettanta solerzia a esprimere il cattivismo più feroce, quello del rancore e del risentimento. Che pare essere ormai una delle passioni tristi più consolidate nella barbarie contemporanea.
L’avevamo detto già di Renzi, che pareva essere l’omologo del premier. In realtà il riconoscimento spetta al lui, altro dinamico e affaccendato uomo pubblico interessato solo ad essere artefice del proprio destino e del proprio interesse personale.
Una delle patologie della nostra democrazia incompiuta è costituita dalla scontenta disaffezione dei governati rispetto alla classe politica, un abbandono del compito di agire, se non per governarsi da sé, almeno per influire sul governo. Che dà luogo appunto ad atteggiamenti rancorosi, inveleniti e sterili, quelli che imbroglioni della politica adoperano più o meno sapientemente, per eccitare reazioni emotive e sopraffazioni della ragione, al seguito di parole d’ordine e contrapposizioni vuote: vecchio-nuovo; bene-male; verità-errore; patriottismo-disfattismo, spacciate come rivincita dei “valori” sul relativismo della democrazia e l’aleatorietà del dialogo e della rappresentanza di interessi generali.
Per la civile convivenza non bastano, si sa, buone regole. Occorrono uomini  che le rispettano e agiscono in loro nome e nel loro spirito.
E nella democrazia una buona regola è l’avvicendamento, il ritrarsi se si commettono errori lesivi dell’interesse generale o di quello dell’organizzazione che si rappresenta, il mantenere la parola data, rispettare l’onore proprio e dei cittadini elettori e, perché no? fare autocritica.
Ma per un ex leader obnubilato dal nuovismo a discapito del nuovo e del buono, devono sembrare concetti arcaici e ammuffiti, come certi valori che abbiamo annesso alla “sinistra”, certe immutabili stelle polari che devono suonargli come una vecchia canzone indegna di essere sdoganata da Borgna insieme alla Fenech e a Alvaro Vitali: equità, liberta, solidarietà.
Duole doversi convincere che in assenza di “vigilanza”, se l’aristocrazia degenera in oligarchia, la monarchia in tirannide, la democrazia possa trasformarsi in regime dalla massa, informe, dequalificata, suscettibile di produrre individui spregiudicati e incattiviti verso gli altri, anche e soprattutto a causa della sfortuna che hanno essi stessi prodotto.
Sono loro che ci vedono come una moltitudine ingrata, da punire con la loro persistenza nella vita politica e con azioni inequivocabili. Non sembri una polemica marginale quella sul Primo Maggio. Ai Chiamparino, ai Renzi, ai Veltroni si addice la dequalificazione delle classi sociali in amorfa moltitudine, priva di quei principi ordinatori e emancipatori di diritti e dignità che producono coscienza e rappresentanza. Arrabbiati con se stessi e con noi perché con il consenso hanno perso la visibilità e il potere, vogliono farci perdere la reputazione, l’onore e la consapevolezza dei diritti. E allora lasciamogli il risentimento stizzito e bilioso e riprendiamoci la collera, potente e viva.

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