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La dignità politica della ruga

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si ha ragione Simplicissimus: il male è banale e l’omofobia come molte altre passioni tristi si nutre sul nulla, sull’inconsistenza intellettuale, culturale e morale.
E della stessa vacuità ottusa e tracotante si alimenta anche la “normalità” dei potenti contemporanei, che si declina in un modello di famiglia difensiva e autocrate, in uno stereotipo di comunità fondato sulla emarginazione i chi non si sottomette o di chi arriva da “fuori” come una minaccia, in un archetipo dell’eros e dell’amore inteso come un esercizio di potere quando non di mercato.
E per quello serve che gli attori nello spettacolo della sessualità siano conformi a tipologie estetiche e consumistiche largamente imposte ed accettate dai cittadini/spettatori.

I corpi di uomini e donne, (perché è legittimata solo l’eterosessualità ovviamente, a meno che non si tratti dei giochi di un sultano guardone e probabilmente impotente) devono obbligatoriamente essere giovani, belli, levigati, tonici. Si tratta di un valore assoluto, sociale e coattiva, per il quale si combatte, si lotta, si spende contro i limiti stessi del proprio corpo, in una perenne prova di resistenza. Quella di ottenere una fisicità quasi infantile, che regala l’illusione di procrastinare indefinitamente l’ora della decadenza e l’altrettanto illusoria utopia di essere per sempre desiderabili, di ottenere un consenso imperituro e quindi una garanzia di onnipotenza, eternità e forse infinita, dinamica progettualità.

La ricerca della giovinezza e di una forma fisica, magari conseguita con mezzi artificiali, plastica e  menzognera, corrisponde anche al desiderio dei potenti di essere e persistere, di rimanere in vita e di avere davanti a sé sempre più esistenza da divorare avidamente e che va costantemente potenziata e nutrita per accumulare ricchezze, riconoscimenti, onori. Insomma corrisponde a un bisogno di eternità materialmente realizzato in un corpo eterno. Mentre sembra sempre più incerto e confuso il nostro orizzonte sociale e culturale, vogliono illuderci che diventi più certo il futuro della nostra fisicità in termini di durata biologica, se siamo disposti a scendere a patti con l’etica, con il mercato, con i consumi e con i loro modelli comportamentali. Che sono poi gli stessi che emarginano, nascondono, condannano quelli che vogliono essere differenti o che lo diventano per vecchiaia, malattia, povertà.

Eppure la normalità è fatta di corpi che vengono amati “malgrado”, di bellezze meno toniche, di fisici di “scarto” piegati da lavori massacranti ma ciononostante forti della dignità. La normalità è quella nostra, di noi che ci amiamo a titolo gratuito perché il premio è nell’incontro fatale e bello che ci rinnova e nello scambiarci sentimento, passione e felicità, nell’andare per mano con la fierezza del volersi bene e di volere il bene dell’altro a magari anche di tanti altri. La normalità è di chi conosce il potere divino delle carezze più che delle ricchezze.

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