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Nucleare: il bidone francese

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Mentre i tre reattori di Fukushima continuano ad essere sempre più fuori controllo, tanto che ormai la scala a 1 a 7 non basta più, come fa intendere finalmente lo stesso governo giapponese, da noi si tace, nella speranza di togliere il quorum al referendum. Si lascia ai troll dei forum e delle discussioni, ripetere come zombi le stesse litanie. E sorprende che persino l’ultimo numero dell’Espresso non metta on line l’inchiesta sul disastro che ancora costituisce il nostro nucleare dismesso.

Allora vediamo un po’ che cosa ci attende per il futuro. Al professor Veronesi hanno detto che i reattori che dovrebbero essere realizzati da noi  sono il non plus ultra della modernità e lui diligentemente lo ripete a pappagallo. Bene vediamoli un po’ da vicino questi modelli di modernità che Sarkozy ci sta rifilando, fregandosi le mani per la coglioneria del governo italiano e di Enel.

Si chiamano Epr (European pressurized reactor) e dovrebbero garantire un rendimento un po’ superiore in termini di efficienza termica (36% invece del 33%) oltre che una maggiore sicurezza. Sulla carta naturalmente, perché in realtà  in questi anni si è sgranato un lungo rosario di difetti sia costruttivi che di progetto.

Per prima cosa occorre deludere il professor Veronesi: non sono affatto modernissimi. Sono stati progettati tra la fine e degli ’80 e i primi ’90 da Areva (uno dei maggiori costruttori francesi) e da Siemens che poi si è saggiamente ritirata. Insomma sono impianti vecchi prima ancora di essere costruiti.

Nel mondo se ne stanno realizzando due: uno a Olkiluoto in Finlandia e uno a Flamanville sulla Manica. La costruzione del primo è cominciata nel 2005, doveva costare 3 miliardi di euro ed essere terminato nel 2009. Ma… prima la scoperta dell’uso di un cemento troppo poroso, poi una serie a valanga di problemi e conseguenti liti tra Areva e la società elettrica finlandese hanno creato ritardi su ritardi. Se tutto va bene, come non pare, l’impianto non sarà pronto prima della fine del 2013 con costo aggiuntivo che va da 1,5  miliardi di euro già sicuri a 2,5 miliardi.

Per Flamanville stessa storia. Grazie all’esperienza maturata in Finlandia la costruzione iniziata nel 2007 prometteva di essere funzionante nel 2012. Costo complessivo 3,3 miliardi. Anche qui tutta una serie di difetti di costruzione hanno ritardato i lavori per cui la centrale non si sa quando sarà pronta. Ma già oggi il costo aggiuntivo supera il 21%.

Questo però è solo il quadro generale che emerge da una costruzione complessa e che richiede un’assoluta attenzione ai materiali e alla progettazione. Quello che doveva essere un fiore all’occhiello dell’industria francese si è rivelato un flop gigantesco, tanto che Usa, Gran Bretagna, Abu Dhabi dopo qualche verifica hanno riufiutato l’acquisto. Solo la Cina ne ha acquistati ufficialmente due, ma cominciandone a costruire solo uno.

Tutto questo però non deriva soltanto dalle evidenti difficoltà costruttive e dai costi proibitivi, ma anche dallo stillicidio di dossier fatti filtrare a cominciare dal 2006 sui problemi intrinseci del progetto e sulla sua pericolosità.

L’Epr prevede  doppie  pareti di calcestruzzo armato in maniera da poter resistere anche all’impatto di un’aereo di linea. Tuttavia nel 2006 vien pubblicato un documento riservato dell’Edf (la società elettrica francese), uscito fuori a causa di una perquisizione fatta per altra motivi, che se davvero ci fosse un attentato o un incidente di questo tipo la costruzione prevista non sarebbe affatto in grado di resistere a un impatto del genere e al contrario creerebbe molti più problemi per lo spegnimento del reattore.

Nel 2009 poi le autorità britanniche che stavano valutando il reattore si accorgono di un grave difetto di progettazione: i sistemi di sicurezza, benché quadruplicati, non erano indipendenti dai sistemi di controllo. In caso di emergenza potrebbero fallire entrambi rendendo del tutto inutile ridondanza dei sistemi.

Nel 2010 un nuovo dossier interno dell’Edf  mettono in luce altre vulnerabilità del sistema delle barre di controllo e questo è particolarmente inquietante perché  la concezione stessa di questo reattore lascia spazio, in caso di malfunzionamento delle barre, a innalzamento rapidissimo della reazione che in 0,1 secondi potrebbe arrivare a cento volte quella iniziale. Il che renderebbe problematico per non dire inutile qualsiasi intervento. Altro che Fukushima.

Insomma la centrale di Flamanville era stata messa in opera come impianto modello del nucleare francese, una specie di vetrina commerciale, inutile dal punto di vista della produzione di energia elettrica il cui consumo rimane stabile o addirittura diminuisce. E invece si è rivelato un bel bidone. Tanto che dopo la consegna di un dossier all’Eliseo, un documento della presidenza della Repubblica ammette che, vista la situazione, occorre sacrificare un po’ la sicurezza pur di andare avanti.

Ed è qui che finalmente i francesi incontrano la loro salvezza. L’Epr che non riescono a costruire e  a vendere da nessuna parte trova nell’incompetenza e nella cialtroneria affaristica del governo italiano il partner ideale per acquistare  il loro modernissimo bidone: 4 Epr da costruire per il fantasmatico nucleare dello Stivale. Una pacchia, perché solo da noi le difficoltà e le ombre che gravano su questo reattore, sono un valore aggiunto per gli appalti opachi dei soliti noti.

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