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Ferrara, il genio del berlusconismo

Dicono che Ferrara sia molto intelligente. Ma con questo esagerano e al contempo non gli rendono il merito che gli spetta: Ferrara, è un genio, il genio del berlusconismo. L’Espresso ironizza su questo e fa un collage di dichiarazioni vanitose, declamatorie, inconsistenti dell’elefantino al servizio del porcellino.

Però si sbaglia: è proprio l’assurdità di ciò che dice che ne testimonia il valore. I servi sciocchi o ottusi come i Cicchitto, gli Stracquadanio, i Quagliariello tentano di giustificare e di argomentare con sofismi o stupidaggini, mentre i leghisti preferiscono seppellire di chiacchiere, sapendo che quelle nenie valligiane hanno un che d’ipnotico.

Ferrara no, è tre metri sopra il cielo. Il suo genio è quello di aver capito che nell’assoluto nulla politico ed etico, qualunque cosa può essere detta e avrà la parvenza dell’essere. Quei poveri mediocri che si ostinano a gabellare per linee politiche il mondo personale del premier e dei suoi famigli, non arriverebbero mai a paragonare Ruby Rubacuori alla Maddalena, raffronto che è una mirabile presa in giro di Silvio, dei suoi lenoni, delle sue puttane  e dei Vangeli nello stesso tempo.

E a nessuno verrebbe in mente di autodefinirsi illuminista a “quaranta carati” e sostenere  “i  diritti di Dio nella vita pubblica”, come se il buon vecchio leggendario fosse uno dei poteri dello Stato, per negare poi lo stesso status alla magistratura. Ferrara ha capito benissimo che il contenuto logico razionale delle favole è marginale, ciò che conta è la simbologia ancestrale e la carica emotiva. Perciò gioca ad essere i fratelli Grimm dell’era berlusconi, visto tra l’altro che la sua taglia va benissimo per due.

Certo, è un gioco al massacro, un gioco crudele. Non soltanto verso chi è costretto a pagare di persona e in mille modi il bassissimo impero nel quale siamo caduti, non solo crudele verso la brace di verità che arde sotto le ceneri mediatiche, ma anche nei confronti dello stesso mondo che dovrebbe difendere: la fiaba che racconta a contraltare della ragione, svela la trama inconsistente e puramente narrativa del governo.

E’ la “beffa del servo”, ben nota fin da Plauto, di cui il padrone non si accorge, unita anche al disprezzo che Ferrara nutre verso i suoi mecenati e clienti. Ma anche verso chi commette l’imperdonabile errore di prenderlo sul serio.

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