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Finché c’è guerra c’è speranza

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un governo imprudente nello stringere entusiasticamente alleanze affaristiche sciagurate e sorprendentemente riflessivo nello schierarsi a favore dell’autodeterminazione dei popoli non può che innamorarsi dei giochi di guerra, soprattutto se ha una vocazione alla spettacolarizzazione del suo esercizio di potere e sciaguratamente anche delle nostre esistenze.
Possiamo dunque immaginare che la colonna sonora di Apicella sia sostituita dal Sound of Thunder, che il costumista delle serate ad Arcore si sia provveduto di tute mimetiche, che La Russa sia andato nella sartoria di Tirelli per farsi fare su misura una bella divisa da generale da operetta di Franz Lehar. Sono dinamici gli piace agitarsi, a loro la guerra piace per i soliti motivi: affari, tutela di interessi, darsi del tu coi potenti, e anche perché è la grande distrazione, cambia argomento e date nell’agenda politica interna, impone allenze sconcertanti ma redditizie.
E poi, lo hanno ripetuto questa guerra non si po’ fare senza di noi, ci sediamo al tavolo dei grandi e non importa se dobbiamo – per nostra fortuna – accontentarci di fare i posteggiatori e i ragazzi del distributore di benzina.
D’altra parte non sono loro gli iniziatori sciagurati di un costume che oggi cambia soltanto nome: la fly zone dei volonterosi è solo l’ultima delle formule impiegate per comunicare lo spot bellico da quando l’Italia ha rimosso la ritrosia alla soluzione armata del secondo dopoguerra per partecipare con esemplare solerzia a tutte le principali missioni militari, dell’ultimo quindicennio abbondante: Iraq, Somalia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Afghanistan, ancora Iraq, Libano.
Per guadagnare un certo consenso – anche da pubblici sorprendenti – al perseguimento di interessi miopi e altrettanto miopi e arruffate alleanze, per restare in sella del recalcitrante cavallo di una crescita “illimitata” e di una corsa all’accumulazione e al profitto spesso di una oligarchia governativa, la pace si è fatta solo col linguaggio, la semantica e l’ipocrisia di stato.
Così sulle azioni di guerra è stato cosparsa un po’ di cipria in modo che andasse anche nei nostri occhi e sono diventate missioni umanitarie per esportare non solo la pace, non solo la poco commerciabile democrazia, ma l’opinabile e fragile benessere, quello che avremmo voluto rappresentasse la legittimazione etica del capitalismo, se non addirittura la dimostrazione scientifica della possibilità di “buscar” l’Oriente attraverso l’Occidente insomma di giungere (e distribuire) la virtù attraverso il vizio.
Qualcuno ha voluto farsi convincere, qualcuno magari ci ha creduto, certo i teatri in alcuni casi erano sufficientemente distanti da farci indulgere ad una comoda inconsapevolezza. Oggi il rumore degli spari arriva fino a noi e se possiamo far finta di assaporare il dolce unanimismo che fa da cornice accattivante alla volonterosa operazione: aiutare gli insorti, impedire che le milizie del raìs libico occupino Bengasi e Tobruk, soccorrere i profughi e arginare l’ondata dei migranti, non possiamo non interrogarci sui modi i tempi e gli esiti dell’intervento, sui quali sono divisi anche i governi dell’Unione, Parigi da Berlino, Sarkozy da Angela Merkel. Dimostrando ancora una volta che una politica estera regionale è una radiosa quanto improbabile utopia almeno quanto un equo, solidale e condiviso federalismo in Italia.
Ormai c’è da temere che sia superato il momento della scelta tra bombardare o trattare. Forse resta solo la possibilità di trovare una strada negoziale col tiranno già idolatrato dai nuovi ostili per dargli una onorevole via d’uscita, desiderabile soprattutto per l’Italia impastoiata in una trama di complicità tra regimi, avviluppata in una ragnatela di ricatti e minacce.
Ben prima un governo così vicino e così direttamente e indirettamente coinvolto avrebbe dovuto assumere la leadership di una trattativa negoziale, promuovere quella rete di relazioni diplomatiche favorevoli a un ben altro tipo di intervento quello di una interposizione Onu, facilitare una alleanza di attori coinvolti così forte da imporre una mediazione in nome dell’affermazione della politica e della democrazia.
Ora sembra difficile evitare un’escalation, un intervento di terra che peraltro preoccupa non foss’altro che per una serie di cattivi ricordi anche Obama, una occupazione militare poco congrua con quello che davvero esigerebbe quell’area strategica e cruciale.
Un governo credibile e capace di dotarsi di una visione del futuro avrebbe dovuto inaugurare la stagione dell’amicizia, al posto di quella delle intese affaristiche. Quella dei trattati al posto dei patti scellerati. Quella delle alleanze finalizzate a favorire l’associazione dei Paesi africani mediterranei all’Unione europea, al posto di accordi tra tiranni che promuovono solo isolamento e solitudine di popoli e delle aspettative di democrazia.
Questo governo ci ha esclusi dalla possibilità di contribuire alle azioni e ai pensieri in grado di farci affrontare l’età delle incertezze.
Eppure io voglio pensare che non vogliamo più girare la testa per non vedere, voglio pensare che ci riprendiamo l’uso del ragionare insieme per “programmare la sicurezza e la libertà”.

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