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Tremonti, il ministro di non senso

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E’ facile piangere del governo,  è facile indignarsi per la sua dedizione al degrado del Paese, è facile persino ridere dei suoi ministri macchietta, Lolo, Dodo, Joujou, Froufrou, senza distinzioni di genere. Ma l’insostenibile leggerezza dell’esecutivo Silvio, la sua nullità politica non la si deduce dalle comparse o dalle ballerine di fila che fanno il loro triste mestiere, ma dall’unico vero ministro esistente, ovvero Tremonti.

Lui è davvero la cruna dell’ago attraverso cui passano i fili del declino italiano: un tessuto impalpabile fatto di ambizioni, ipocrisie, contraddizioni. Una narrazione che è puro non senso, messaggio mediatico senza contenuto, impalcatura senza muri.

Anche alcuni giorni fa ad Anno Zero, il ministro senza la “r”, ma con la disponibilità di tutti i portafogli, ci ha per l’ennesima volta blandito con la sua teoria delle economie nazionali e con le sue critiche alla globalizzazione. Peccato però che egli sia al contempo il dittatore economico di un governo che si ispira a quel liberismo assoluto o selvaggio incubato negli ultimi anni ’70 ed attuato il decennio dopo che ha voluto la globalizzazione senza freni.

Peccato che da leghista in pectore parli di economie nazionali e poi finanzi la disgregazione del Paese. Peccato che, sempre come leghista, sia antieuropeo pur sapendo che solo dimensioni continentali possono in qualche modo riequilibrare gli effetti più negativi dell’economia finanziarizzata.

Peccato che da liberista  non si sia accorto che la globalizzazione è nella logica stessa del capitalismo, così come la mercificazione del lavoro. Produrre dove costa meno per vendere dove costa di più. Un obiettivo esploso dopo la caduta del muro di Berlino.

Peccato che con i suoi condoni egli si sia reso complice e attore proprio di quella perdita di senso delle economie nazionali, di cui oggi si vorrebbe negare qualsiasi senso sociale,persino de iure, a scanso di equivoci.

Peccato infine che egli faccia parte di un governo, anzi di un’oligarchia di potere, che ha trasformato tutto questo in una farsa degradante, attenta solo agli  interessi privati. E che sta distruggendo, su indicazione e volontà dello stesso Tremonti, la scuola e la ricerca che sono l’unica speranza di un riscatto.

A questo punto o ci sono due Tremonti ciascuno dei quali è ignoto all’altro o le teorie, peraltro copiate dagli ultraconservatori americani degli anni ’90 e tutt’altro che affini a una sorta di svagata socialdemocrazia,  sono soltanto fumo negli occhi,  materiale per il rumine elettorale. Un pretesto, un titolo che magari piace pure alla sinistra moderata, ma che serve a nascondere le realtà di un governo autoritario e impotente inseme. Senza obiettivi collettivi, ma con molti obiettivi privati.

Per questo Tremonti non è affatto un’alternativa a Berlusconi, ma è anzi l’uomo berlusconiano per eccellenza, il prodotto di lunghi anni di degrado politico e culturale, l’uomo senza dimensioni e senza ragioni. Di ideuzze e non di idee. L’uomo che per parafrasare il suo libro, crea paura per incassare speranze elettorali. E alla fine, altro che uomo di buon senso come vorrebbe apparire, ma uomo di non senso.

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