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Ai furbetti del ministero si addice il Milleinghippi

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Anna Lombroso per il Simplicissimus
Si si me li immagino come se ci fossi stata. Mi sembra di vederla quella  task force di “furbetti del ministero” a fare il gioco delle tre carte, a trovare scorciatoie, a cercare inghippi. Per confezionare oltre 170 commi con dentro tutti i bocconcini buoni a soddisfare gli appetiti di famigli fedeli, prebende utili a consolidare il consenso di alleati esigenti, concessioni destinate a favorire la conquista di nuovi associati.

Ecco  il ministro seduto regalmente su uno scranno alto quasi come il seggiolone di Brunetta, davanti a una sterminata scrivania con su tutte le Millerichieste, i Millericatti, le Milleistanze, che riceve tutte le telefonate, accoglie tutti – e magari lo facesse anche Maroni – e aggiunge qui leva là, fino a comporre un bel puzzle più denso e ponderoso di una qualsiasi finanziaria col suo collegato. Non deve aver ascoltato le raccomandazioni del ministro semplificatore, si potrebbe osservare con disappunto, e nemmeno i consigli di un qualsiasi neo laureato in diritto,  perché anche a lui piacciono solo i consigli per gli acquisti se perfino la cauta altissima carica ha osservato che il sospirato prodotto finale è un gran pasticcio  con norme “troppo eterogenee” e non coerenti con la Costituzione. E se perfino la ancora più prudente principale forza di opposizione propone un provvedimento che chiami le leggi con loro nome, non affondando leggi cruciali e di spesa all’interno di interventi nati solo come misure tampone.

Con il gergale nome di Milleproroghe si era infatti  definito per tradizione   un decreto legge del Consiglio dei Ministri volto a prorogare o risolvere disposizioni urgenti entro la fine dell’anno in corso.

Un governo in anticipo o in ritardo ha invece confezionato a febbraio una manovrona che introduce ulteriori condoni, rinvii a futura memoria e nuove tasse per oltrepassare il record storico già raggiunto, imponendo una sopratassa alle popolazioni che verranno colpite da terremoti e altre catastrofi prevedibili in un Paese che non previene, ma togliendo  fondi alle Associazioni Provinciali di Allevatori, ma anche ai malati di cancro per finanziare la proroga del pagamento delle multe per le quote latte, tanto che insorge anche un loro autorevole ministro, che pare sia già dietro alla lavagna.  Applica fantasiosi balzelli punitivi della bellezza e della creatività a scopo dimostrativo della sua vocazione allo squallore con una tassa sul cinema che tutti i giorni pagheremo con un euro a film. in questo giochetto da prestigiatori dilettanti mette e toglie, dimenticando una delle proroghe per cui il provvedimento era nato: quella dello sconto nel calcolo delle spese di personale degli Atenei rispetto alle risorse trasferite dallo Stato con conseguenze gravi  per l’offerta formativa e per l’attività di ricerca. Tira un ceffone ai consumatori bloccando la restituzione ai correntisti delle somme illegittimamente addebitate dalle banche a causa dell’anatocismo, gli interessi cioè pagati dai clienti sugli interessi stessi e un cazzotto all’ambiente disincentivando di fatto le rinnovabili.  Punisce i precari della scuola, ma invece premia Premium, per accelerare il passaggio al digitale terrestre. E a proposito di terra e territorio, taglia  fondi al Mezzogiorno a cominciare da quelli per zone colpite da eventi atmosferici estremi che diventeranno presto un appuntamento “normale” in una nazione anomala, ma regala tempo agli abusivisti proprietari di case fantasma.  E poi così tanto per dare qualche attestazione di muscolarità in campo sociale, pensa a schedare coloro che ricorreranno alla fecondazione assistita  e  da’ una bella sforbiciata ai finanziamenti destinati ai malati di Sla, già occasionali.

Insomma il Milleproroghe voluto dai “pasticciocrati” è un’accozzaglia di norme eterogenee e spesso contraddittorie, molte delle quali dettate da interessi particolari dove  manca completamente un filo conduttore a dimostrazione dell’assenza di un organico progetto industriale e fianaizrio per affrontare la grave crisi che attanaglia il Paese. Più che uno strumento per rilanciare i consumi, innescare le leve dello sviluppo e favorire l’occupazione sembra la gestione economica di una coppietta di freschi sposi aiutati da papà e mamma che distribuiscono il tesoretto dello stipendio nelle buste il 28 e poi per il resto del mese vorticosamente fanno girare gli euro a coprire falle e debitucci.
Ma si tratta di un’azione esemplare e perfettamente rappresentativa della cultura di governo: buttare tutto dentro una cornice quando non si può né si vuole affrontare l’iter parlamentare e quindi il  legittimo e desiderabile processo democratico.

Ed  anche esasperare situazioni di crisi in modo che diventino emergenze insanabili in modo da esercitare centralismo, decisionismo, autoritarismo.  Insomma in un paese ridotto a un casinò e che incentiva ogni forma di gioco d’azzardo, non è un caso che democrazia sia minacciata anche da Monopoli e   dalle tre carte. E allora non ci resta che rovesciare il tavolo verde.

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