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Mirafiori, il discrimine politico

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Errare è umano, perseverare è diabolico. E poco importa se il puzzo di zolfo è dovuto a ingenuità, a interessi inconfessabili, a una resa dell’intelligenza e della sensibilità. Ma che dalle sponde del Pd, dall’ex sindacalista Marini con sigaro incorporato e persino da Fassino , si dica ancora sì all’accordo di Mirafiori dopo ciò che è successo, rasenta l’assurdo.

Marchionne ha già detto che Torino, ben che vada,  diventerà una succursale secondaria della  Fiat, mentre non ha detto nulla sul fantomatico piano di rilancio, dei famosi 20 miliardi di euro da investire in Italia e che sempre più si rivelano una balla clamorosa.

In più si è capito che il miliardo da investire a Mirafiori sarà in realtà investito praticamente tutto negli Usa per macchine, presse e quant’altro servirà al montaggio dei Suv Chrysler, compito ormai subalterno affidato al complesso Fiat torinese.

In poche parole non solo manca totalmente lo zuccherino con cui Marchionne ha tentato di far digerire i suoi diktat, ma si è aggiunto anche il pezzo da ’90, il fatto cioè che al massimo Torino rimarrà un centro per la produzione in Europa, non sarà più il cuore della marca.

E questi dicono di sì. E questi dicono di essere di centro sinistra. E questi dicono di volere un’altra Italia. E dicono anche di essere anti berlusconiani. Dicono pure di essere dei politici di lungo corso e non capiscono che a questo punto è proprio Mirafiori il discrimine morale e sociale tra destra e sinistra. O forse sono talmente di lungo corso che dovrebbero essere mandati davvero in pensione. Magari anche con vigorose pedate.

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