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Marchionne scippa Fiat all’Italia

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C’è chi prova una certa soddisfazione nel poter dire avevo ragione. Invece a me capita di provare una profonda tristezza. Nei mesi scorsi quando sulla vicenda Fiat il governo era assente o assenziente, i sindacati governativi entusiasti, l’opposizione balbettante prima di confluire alla spicciolata sotto le bandiere del potente, avevo continuato a dire che il  piano Marchionne era una presa in giro, solo un altro passo verso la deindustrializzazione del Paese.

Oggi Marchionne mi da ragione e annuncia a sorpresa  che vuole trasferire la Fiat a Detroit. E lascia desolati quelli che gli hanno tenuto bordone. Non so Bonanni che a quest’ora attende che qualcuno gli confermi di essere ancora in vita, ma Chiamaparino è stato fulminato sulla via di Damasco e chiede un incontro urgente.

Per che cosa poi? Se non era riuscito a capire ciò che si nascondeva dietro le parole di Marchionne, sarebbe bene che si ritirasse a vita privata, invece di accreditarsi come il difensore di ciò che appena ieri ha svenduto.

Magari l’ Ad Fiat che qualche giorno aveva parlato di miracoli, per essere subito sbugiardato dal Financial Time, ma per carità, da nessun giornale italiano, vedendo che non ce la fa, forse tenta di spillare altri soldi al Paese. Però nella sua mentalità profonda da italo americano, non ha espresso da anni nient’altro che questo desiderio e questo piano di fuga. In Italia si fa troppa politica dice. E in effetti non si sarebbe giunti a  questo punto se alla Fiat non fosse stato concesso troppo.

Certo a sentire queste cose ci si sente prudere le mani dal desiderio di adagiarle con un certo vigore sulle guanciotte suine dell’Ad : uno che è stato miracolato dalla politica di Obama, che è lì  grazie agli 8 miliardi di dollari pubblici  parla di troppa politica. Si guarderà mai allo specchio?

Ma viene voglia di adagiarle sulle guance di chi si è arreso subito alle logiche della “globalizzazione”. E anche su quelli che non gli hanno mai chiesto come mai c’è bisogno di tanti diktat e furto di diritti quando la spesa totale per salari e stipendi è del 53% del valore aggiunto in Italia contro il 63% in Germania con un salario medio di 26 mila euro in Italia e di 50 mila euro in Germania. Paese dove peraltro si produce un numero di auto 10 volte superiore al nostro.

Se gli si fosse detto di no subito, fin da Termini Imerese, il manager colpevole della maggior caduta di vendite Fiat in rapporto alle altre marche si sarebbe forse fatto venire qualche altra idea che non quella di lavorare solo per gli azionisti. Cosa che è anche una bella via d’uscita da ciò che Marchionne proprio non sa fare: produrre e vendere automobili.

Ma chi si doveva opporre? Un governo inesistente che si deve occupare a tempo pieno del pene impazzito del suo capo? Un’opposizione in sonno? I sindacati gialli? Una popolazione vittima di pregiudizi da bar e ipnotizzata dallo stesso disastro a cui va incontro? L’unica che ha resistito, la Fiom è stata attaccata da tutte le parti, compresa la stessa confederazione sindacale di cui fa parte.

Nessuno. Semplicemente perché è il Paese stesso che è diventato un magma di paure, di errori e di ricatti. In pratica un Paese dell’Est. Quello di Marchionne in economia e di Berlusconi in politica

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