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Morire sotto il fuoco dell’ipocrisia

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri mi è capitato di parlare di ipocrisia come di una delle cifre che caratterizzano la nostra contemporaneità. E una delle curiose fattezze è quella dell’eufemismo –curiose perché per altri versi viviamo un’epoca fortemente connotata da perentorietà, cattive maniere e cattivo razzolare e insieme predicare rozzo volgare e esplicito. Così escort sta per puttana, stalliere per mafioso, agente e pr per ruffiano, cene improntate all’eleganza sta per squallide orge, economo per tenutario, fino agli ormai collaudati non vedenti non udenti, diversamente abili e altre espedienti semantici fino, c’è da aspettarsi, a un “diversamente vivo” al posto di morto.
E probabilmente è ancora per un voluttuoso e dimissionario impulso a credere agli eufemismi come fossero crude esplicite realtà, abbiamo dismesso ogni tradizione pacifista e ogni ostilità all’uso della guerra, convincendoci che la dinamica e attiva partecipazione ad azioni decisamente belliche sia invece guerra umanitaria, peaceforcing, peace support operation fino all’ancora più stralunata e visionario “esportazione della democrazia”.
Ieri è morto un altro militare in una di queste operazioni, coordinate dal ministro diversamente intelligente, che occultano la guerra dietro l’apparenza della pace, in questo caso vittima di quel fuoco che in questa confusione linguistica è paradossalmente definito “amico” e fallo essere anche nemico si direbbe a Roma.
Con buona pace, si proprio quella dimenticata, di coloro che hanno vantato la Venere europea contro il Marte americano, negli ultimi vent’anni i paesi europei, dalla guerra del Golfo alla Jugoslavia fino a quella in Afghanistan, hanno scelto il ricorso alla guerra come consolidata, abituale e surrettizia “componente necessaria e irrinunciabile” della politica estera, convincendo della bontà di quella soluzione estrema perfino quei paesi come l’Italia, che, grazie anche a molte persuasive sconfitte, la consideravano una prassi impensabile anacronistica e illegittima.
Con grande solerzia superiore perfino alla Germania, che non potè ancora partecipare nel 1991 alla guerra contro l’Iraq nel ’91, l’Italia ha gettato alle ortiche la ritrosia del secondo dopoguerra per partecipare entusiasticamente a tutte le principali missioni militari, oh pardon “di pace”, dell’ultimo quindicennio abbondante: Iraq, Somalia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Afghanistan, ancora Iraq, Libano. E per conciliare, potremmo dire pacificare, questo febbrile attivismo bellico con il mantenimento del rifiuto verbale della guerra ha appunto adottato quel repertorio di espedienti strategici, istituzionali e semantico-discorsivi già impiegati negli altri Paesi.
Ancora una volta il cedimento del nostro Paese nei confronti di un comportamento opinabile e discutibile da un punto di vista politico ma soprattutto morale – salvo nel caso dello “strappo” dell’Iraq, indotto da una serie di concause: un’amministrazione americana impopolare, la dottrina controversa della guerra preventiva, la spaccatura nell’Onu – è anche attribuibile all’atteggiamento della sinistra alla sua debolezza. Che da un lato continua ad invocare come riferimenti obbligati della sua politica estera il rifiuto della guerra, il multiculturalismo, la consonanza con le democrazie e al tempo stesso un’ubbidiente appiattimento sull’appartenenza a un contesto atlantico assolutamente estraneo alle radiose visioni di una solidarietà europea autoderminata e autonoma.
La mancanza di un confronto autentico sulla opportunità per l’Italia della imponente trasformazione della Nato, se esiste davvero, così come sugli interessi nazionali perseguiti nella guerra in Kosovo, o in Afghanistan, finisce per accreditare da un lato la finzione di una partecipazione alla guerra per esportare la pace se non la democrazia. E dall’altro incrementa il volume di quelle macerie identitarie della sinistra cresciute sulla ricerca della normalità, che in questo caso finisce per coincidere con la malintesa modernità dei Berlusconi e dei Marchionne, quella che pensa che bisogna perseguire interessi miopi e altrettanto miopi e arruffate alleanze per restare in sella del recalcitrante cavallo di una crescita “illimitata” e di una corsa all’accumulazione e al profitto messa in discussione della più temibile crisi globale mai verificatasi.

Per consolidare la libertà dei più forti limitando quella dei meno forti, incuranti che la schiavitù finora sapientemente distribuita e mediaticamente occultata sta per diffondersi secondo nuove terribili e inattese regole distributive.

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