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Felicità privata in pubblica tristezza

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel rito di passaggio del Capodanno felicità è parola molto praticata.
Ma  io ne abuso. Vorrei che Costituzione ne sancisse il diritto, magari come postulato apotropaico. E vorrei che se ne incrementasse ricerca e sperimentazione.
Gulliver in uno dei suoi viaggi arriva a Laputa, isola volante abitata da saggi e scienziati assorti in speculazioni e indagini “futili” sterili improbabili e visionarie: chi studia come estrarre i raggi solari dai cetrioli e che vuol trarre polvere da sparo dal ghiaccio.
Verrebbe la tentazione di annoverare tra i “saggi” folli di Laputa anche quegli economisti che si esercitano per costruire un indice nuovo che misuri la felicità, una specie del Pil della soddisfazione morale, la Felicità Interna Lorda.
Non è nuovo questo esercizio da parte della scienza infelice per antonomasia: il tentativo cioè di colmare la divaricazione tra la curva della crescita economica misurata dal Pil e quella della felicità pubblica, ricavata dalla misurazione dei sentimenti collettivi. Ambedue – dopo una fase di dinamica parallela – ora piatte, se non in caduta, c’è da temere, vertiginosa.
È certamente più sorprendente che a effettuare sperimentazioni e ricerche speculative sui modi e gli obiettivi della felicità siano gli economisti. Sembrano aver dato le dimissioni da questo impegno coloro che per missione dovrebbero invece proporci le radiose visioni del futuro: i politici e quelli “progressisti” in particolare. Direbbe Marx a questo proposito che il problema non è quello di misurare correttamente le cose, come nel caso di una “revisione” virtuosa del Pil, ma di cambiarle.
Ma creatività e azione indirizzate al cambiamento sono diventate caute. E appaiono rinunciatarie quelle intorno al diritto alla felicità.
Abbiamo goduto un’età dell’oro in cui la felicità, nelle nostre utopie concrete, sembrava poter essere egregiamente sostituita da un benessere economico e sociale di formidabile portata storica, anche se disegualmente distribuito. La lista delle nostre “entrate” in benessere (se non in felicità) inventaria l’allungamento delle speranze di vita, l’attenuazione del dolore, una certa umanizzazione delle pene e un inalzamento dei livelli dei diritti civili e degli standard dei diritti sociali; un innegabile miglioramento della condizione della donna. E fino a poco tempo fa registrava il superamento, seppure non equamente condiviso, della fase del puro soddisfacimento dei bisogni primari con un insperato incremento dell’accesso non solo ai beni, ma anche a bellezza, sapere, conoscenza.
Ma alla lista delle entrate fa da contrappunto la lista delle uscite, delle perdite anzi: la devastazione dell’ambiente; gli squilibri distributivi delle risorse; il deterioramento delle relazioni sociali; la dissipazione delle ricchezze reali in attesa di improbabili profitti futuri; l’impoverimento delle risorse morali.
E al tempo stesso sono cambiati i bisogni: l’aumento della ricchezza, l’accelerazione dei consumi, sembrano essersi tradotti in maggiore angoscia e forse addirittura maggiore infelicità. Man mano che sono aumentati i consumi si sono ridotti i bisogni e il piacere della loro soddisfazione, che diventa competitiva e agisce in un orizzonte illimitato, improntata al desiderio di superare gli altri in presenza di un mercato che diventa sempre più uno strumento di produzione di necessità “relative” e di invidia sociale.
La crisi mondiale che stiamo attraversando esalta, insieme a quelle “perdite”, una distorsione che era prevedibile: il perseguimento della felicità privata produce una crescente infelicità pubblica. Viviamo in un contesto economico che genera esclusione e disuguaglianze e in uno stato che rinuncia a correggerle e compensarle, creando solchi aperti nel cuore della civiltà. La reazione dei governi non illuminati è quella di convivere con queste fratture alzando muri di difesa, come in una regressione medievale. Nella quale gli esclusi, man mano che il tempo passa e aumentano la loro passività politica la loro disperazione e la loro turbolenza, da isolati finiscono per essere criminalizzati.
Si alimentano e autoalimentano insicurezza, paura, sfiducia, un carico cioè di formidabili pressioni che erodono i vincoli di coesione sociale, e che hanno l’effetto di mutilare l’aspettativa e il futuro, trasformato da attesa fiduciosa in minaccia.

Si felicità privata in pubblica tristezza, per citare Hirschman, non solo non è auspicabile moralmente. Ma non è praticabile, non è possibile. Anche se ci hanno indicato una misura del benessere contabilizzato sul soddisfacimento di bisogni individuali, sulla espressione di doti e aspettative e sul conseguimento di obiettivi personali.
Le grandi ideologie del Novecento hanno voluto avere a che fare con la felicità: l’hanno promessa, anche se diversi erano i mezzi per conseguirla e diversa era la sua configurazione finale. Ma la sua base non poteva che essere quella del riscatto e dell’inclusione in termini di miglioramento delle condizioni di vita, di garanzie nel lavoro, di tutela dei diritti.
Si disegnava cioè una visione del futuro, una promessa, uno scenario messianico.
Oggi ci manca quella tensione ad una utopia. Sono le declinazioni della neo-barbarie: la mancanza di un’attesa e di un disegno per il domani incrina il morale per il presente, mutila il futuro, spegne le aspettative e mina le basi della gioiosa e partecipe socialità.
Nessuno stato, nessun sistema politico può garantire la felicità ma deve aspirare e creare le condizioni per perseguirla e raggiungerla. Per mettere gli uomini in condizione di esprimere liberamente le possibilità della propria realizzazione e valorizzazione, investendo sulle intelligenze, sulle doti, sulle risorse creative.
Liberamente ho detto: la felicità è fatta di relazioni libere e presuppone un libero gioco delle libertà, nel quale tutti possano essere in condizione di conseguirla senza danneggiare gli altri, anzi concordemente concorrendo al benessere comune.
Per questo il bene supremo, quello di Aristotele, risiede nei beni di relazione, che non si risolvono solo o semplicemente nello stare bene insieme, ma piuttosto nel divenire gli uni un bene per gli altri, secondo la massima di Spinoza : homo homini deus.
Di questo mi piacerebbe si parlasse nei contesti e nei luoghi della “partecipazione” e dell’elaborazione politica, se ancora esistono.
Perché sono convinta che la felicità possa risiedere nell’equilibrato consolidamento dei vincoli sociali e nello sviluppo salutare della società (per dirla con J.Stuart Mill), nel soddisfacimento dei bisogni esistenziali. Solo superando la ricerca ossessiva di mezzi per rispondere alla ricerca dei fini potremmo immaginare e costruire un sistema di cittadini e cittadinanza sicuri della propria forza, della ricchezza dei propri talenti, del proprio luminoso futuro.

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