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Dopo Pompei, Venezia

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La spiaggia degli Alberoni, travolta dal mose

Mosè giunto in vista del Mar Rosso con l’esercito del Faraone alle calcagna si rivolse a Dio e fece aprire le acque. Il mose invece le acque le accelera e mette in serio pericolo le fondamenta di Venezia. Ma con l’esercito faraonico di Silvio Tremonti Letta, non c’è la speranza di un qualche miracolo: la città finirà per annegare nella palude degli affari, dei progetti fatti male o aggiustati alla meglio, delle pratiche privatistiche. E naturalmente dei ritardi. Il tutto attraverso la cruna dell’ago del Consorzio Nuova Venezia.

Non è certo una novità in Italia e un progetto come quello delle dighe mobili che doveva costare 1,6 miliardi di euro, ma che è arrivato, con l’ultimo sorprendente stanziamento di un miliardo e duecento milioni, alla folle cifra di  5,4 miliardi, non può sottrarsi alle perverse logiche dell’affarismo di stato. Un terzo di questi soldi se n’è già andato per le opere di contorno. Quindi è facile immaginare che i costi lieviteranno ancora e di un bel po’.

Il problema è che in un contesto del genere è praticamente impossibile avere tempi certi, controlli affidabili e soprattutto non si riesce ad attuare una specie di work in progress e ad adattare l’opera alle nuove situazioni nonché agli studi che nel frattempo (si è cominciato nel 2003) si sono accumulati.

Sta di fatto che il cambiamento climatico, innalzando il livello dei mari rende secondo alcuni il mose del tutto insufficiente a proteggere Venezia dall’invasione delle acque . E per di più le paratoie non sono impermeabili, lascerebbero passare l’acqua dell’Adriatico in minor quantità, ma con maggiore velocità creando effetti che potrebbero essere letali.

Uno studio in questo senso lo si può leggere qui

Non è questione di essere favorevoli o meno all’opera in linea di principio, ma di prendere atto che così com’è essa si presenta obsoleta  rispetto ai modelli climatologici previsti per questo secolo. E tecnicamente poco approfondita, piena di incognite. In un Paese normale sarebbe stato naturale costruire per intero una minima parte del sistema e sperimentarlo, collaudarlo, migliorarlo. Ma in Italia no: l’appalto e tutto ciò che sta dietro è più importante dell’opera.

C’è però un altro effetto indiretto del mose, di certo ancora peggiore: è che il drenaggio spaventoso di soldi ( qui una panoramica allarmante) fa mancare risorse alla manutenzione tradizionale che forse consentirebbe a Venezia di rimanere intatta per qualche decennio lasciando il tempo di mettere a punto progetti più efficaci e attuali.

Ma non sarà possibile, temo: per dirla con il sofisticato linguaggio di Tremonti, col mose si mangia.

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