Tiziana Pasetti per il Simplicissimus
All’inizio non c’era l’identità.
Dopo un decennio circa di chat, di “sei m o sei f?”, di “mi mandi una foto?” di incontri e “ma io ti immaginavo diverso…certo che ti amo ma adesso ho un altro impegno per il resto della mia vita, scusami, devo andare”
eccola, la rivoluzione o evoluzione che dir si voglia.
Tutti a dichiarare felici nome, cognome, liceo e università. Data di nascita e stato civile. Datore di lavoro e film preferito.
Il mondo intero riunito in un’unica anagrafe. Tutti in posa per la foto tessera…spalle dritte…sorriso…coooosì, ottimo! Splendida foto spaventosa da mostrare all’universo! Wow!
Quanto è durata? Quanto abbiamo resistito?
Quanto ci abbiamo messo a capire che il gioco della realtà non piaceva a nessuno?
Reality. Come in tv. Non c’è niente che inviti di più alla menzogna del sé. Essere veramente falsi. O falsamente veri.
La vita diventa una citazione. Uno status. Un video musicale. Le foto si ritoccano, e siamo tutti bellissimi.
La distinzione tra realtà interna ed esterna diventa sempre meno netta. Diventiamo protagonisti di un diario di viaggio che parte da noi e poi, mentre ci supera, ci modifica. Scriviamo di noi. All’inizio. Poi subentrano i sogni. Subentrano i desideri. Poi, inevitabilmente, arriva il momento della malinconia. Della nostalgia. Del rimpianto. Diventiamo eroici. Ma in senso nuovo. In senso quasi fantasmatico. Siamo eroi del nulla. Siamo eroi tutti uguali. Onnipresenti in un mondo che non esiste e sempre più assenti in quello tangibile.
Nella sua Teoria del romanzo Georg Lukacs definiva il romanzo come “l’epopea di un mondo senza dei”. Il senso della vita non è più dato e garantito a priori dall’esistenza dell’Ente Supremo. Il senso va cercato. E il romanzo lo ha fatto attraverso la sua forma. La forma di una mancanza, quindi. La parola che sintetizza tutto c’è. E questa parola è dramma.
La psicoanalisi si interessa da sempre al tema del falso. Sono varie le distinzioni delle personalità più o meno gravemente patologiche ad esso legate. In faceworld tutti si somigliano. Tutti imitano, tacitamente e spesso inconsapevolmente, un modello. Suoi elementi connotativi ma denotativamente velati sono infatti la rapidità, la superficialità, l’assenza di processi strutturanti. Crediamo, ne siamo convinti, di giocare ad essere noi. Ma è un gioco che provoca dipendenza. E le dipendenze hanno orme da giganti. Ci sovrastano. Anche se sembrano proteggerci, talvolta. Quello che provochiamo, a livello inconscio, negli altri, negli interlocutori – il più delle volte “amici” sconosciuti – è il dubbio, è l’incertezza. E’ la confusione. Negli interlocutori, ho detto. Attenzione. Il primo interlocutore che ci “troviamo di fronte” appena entriamo nella nostra pagina personale, pubblica o privata che sia, siamo noi.
Scriviamo romanzi senza possederne lo strumento conoscitivo di base. Manca il distacco. Manca l’alter ego. Tutto si confonde senza che una reale fusione sia possibile. Nessun profilo di facebook corrisponde – non può – al suo “padrone”. Quello che siamo qui e quello che non siamo lì non coincide.
I veri fake di facebook non sono coloro che creano un profilo fittizio. Quelli sono gli unici elementi veri. E’ nella loro non corrispondenza di genesi che affermano la propria vera identità. Quella che mettono in atto è una distanza. Una scissione conscia. Resta da vedere se il fake è espressione convinta di un rifiuto consapevole dell’intenzione del mezzo o se è solo uno dei tanti profili che ognuno può creare. Dietro il fake, infatti, può nascondersi qualcuno che vuole controllare. Giocare. Spiare. Ritornare. Tradire. Uccidere, anche.
Non credo che in molti si siano resi conto della pericolosità di questo “strumento” ormai incontrollabile.
Einstein diceva una cosa. Diceva io non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale. Ma sono sicuro che la quarta si combatterà con pietre e bastoni.
Ecco. Forse se il buon Albert avesse avuto la sfortuna di vivere questi nostri strani e imbambolati e proiettati e “seduti” tempi, una piccola idea gli sarebbe venuta.