Solo sentir parlare di una competizione elettorale in tempi ravvicinati il Pd rabbrividisce: se Nosferatu mandasse un telegramma dalla Transilvania dicendosi disposto a reggere un governo di transizione, sarebbe acclamato a gran voce, purchè chiedesse solo sangue e non anche lacrime come Tremonti.

Non è molto naturale per una democrazia, sia pure azzoppata, questa paura delle urne anche se mancano gli uomini e manca persino il messaggio. Certo la strategia di far logorare Berlusconi dentro una maggioranza diventata palude o addirittura fuori dal governo sarebbe vincente, certamente più di uno scontro elettorale diretto.

Ma un partito dovrebbe essere pronto comunque ad accettare la battaglia invece di fare trasparire in modo evidente il timore di misurarsi che nasce non solo dal Kalibano, anche  dalla fragilità degli equilibri interni.

Tuttavia in questa vicenda degna di Amleto c’è un elemento che dimostra come i tentativi dichiarati di liberarsi di Berlusconi, si scontrino poi con la mancata volontà di farlo davvero. Ammettiamo pure che la via migliore per far affondare il Cavaliere sia quella del governo di transizione destinato nelle intenzioni a cambiare la legge elettorale, anche se non si sa bene come.

Eppure  il potere di Silvio nasce solo in  parte dalla porcata di Calderoli: il grosso è dovuto  al controllo dei media, come è evidente a chiunque. Ma qualcuno ha sentito dire che fra i compiti di un governo di emergenza o come lo si voglia chiamare ci sia quello di porre fine al conflitto di interessi? Nemmeno per sbaglio, di quello non si fa cenno, nonostante sia il motivo principale delle deformazioni a cui stanno andando incontro le nostre istituzioni e del potere del premier.

L’idea stessa di poter cambiare le cose grazie ad un’operazione parlamentare  che metta assieme un armata brancaleone  da Fini a un’ipotetica sinistra, è in realtà un pensiero nel solco del più puro berlusconismo. E fatta così, anche in merito alla legge elettorale, è chiaro che i centristi vorranno e imporranno meccanismi destinati a mettere in crisi la prospettiva del partito a vocazione maggioritaria nella quale è nato il Pd.

La verità è che mettere in crisi Berlusconi significa proporre al Paese qualcosa di diverso, non una qualche variante sul tema. E significa mettere in crisi anche se stessi, i propri assetti.