Davvero il finiano Granata non ha capito nulla del berlusconismo: si è permesso di dire due o tre cose assolutamente vere senza essere consapevole che questo offende il comune senso del pudore del Pdl.

La polemica che si è scatenata da parte dei valletti del Cavaliere, non prevede alcuna smentita di ciò che Granata ha detto e che del resto è cronaca acquisita: ma esprime l’indignazione per il fatto che un membro del partito abbia violato la consegna del silenzio e più ancora l’obbligo alla menzogna.

E infatti si pretende che Fini smentisca il proprio uomo, ovvero smentisca i fatti: quale migliore dimostrazione di fedeltà ai valori fondamentali del partito? E c’è stato anche chi ha fatto appello a probiviri che non esistono e che se esistessero e fossero davvero probi scapperebbero a gambe levate dai veleni del berlusconismo al tramonto.

Qui non ci troviamo di fronte alla pratica della menzogna in politica che è ovvia, quasi scontata, ma a qualcosa di diverso, a una politica della menzogna che fa  di una radicale deformazione della realtà il suo punto di forza, il suo programma e alla fine anche il suo scopo. Oltre ogni incubo di Hannah Arendt, ma vista la qualità dei personaggi con cui si ha che fare sarebbe meglio dire che siamo a comiche finali che durano ormai da quasi due decenni: il proiettore è rotto, lo stesso spezzone di pellicola gira in continuazione con il suo grottesco alternarsi di piazzisti, voci da cartone animato, belle di giorno, giuristi di provincia mandati a fuoco dalle crepes flambé, spioni, delatori, affaristi, confezionatori di dossier, amici della mafia.

Che ridere all’inizio e che angoscia adesso. Ma come si esce da questo dannato cinema?