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L’incubo

Vi siete addormentati sul sedile posteriore di un’auto elegante, fidandovi ciecamente dell’autista che avete assunto personalmente. Poi uno scuotimento più forte vi risveglia, ma faticate ad aprire gli occhi perché qualcuno vi ha messo del sonnifero in quel vostro eterno bicchiere mezzo pieno.

Vi attaccate al sedile, ma sotto le mani non sentite la pelle, solo della plastica e così riaprite definitivamente gli occhi, anzi li spalancate, perché vi accorgete di essere su un’utilitaria di seconda mano, portati da un’autista ubriaco, un po’ tonto e con precedenti penali. Che pesta sul gas.

Allucinante, perché non potete scendere,  l’uomo al volante non vi ascolta, non vi sente, vi rabbonisce soltanto mentre sbanda paurosamente. Le ruote stridono nelle curve, siete sbatacchiati di qua e di là. Forse è solo un incubo, ci sarà il risveglio presto.

E  invece no, è tutto vero: sta davvero succedendo. Le vicende di questi giorni ce lo dicono chiaro: l’autista, gli autisti del Paese, sono, come essi stessi si definiscono l’un l’altro  sfigati, babbei, cialtroni. Da tre mesi assistiamo al desolante spettacolo di un ceto politico non soltanto immorale e predone, ma  anche privo di intelligenza, spirito, competenza: una volta raschiata la patina del potere ritornano quello che sono: mediocri al di sotto della decenza, ometti, zucche vuote che solo la metastasi della società italiana ha potuto portare in quelle posizioni. E che un meccanismo mediatico ben oliato ha fatto scambiare per gente in gamba. Per bene è stato un po’ più difficile.

Sono talmente che arrivano persino a riconoscerlo, naturalmente solo dopo le elezioni. Perché Cappellaci non si è presentato ai sardi dicendo che era un babbeo come adesso dice di essere?Le giustificazioni infantili, i piani da sciamannati, il furto senza destrezza, ma con arroganza disegnano un quadro di desolante rimbambimento. E naturalmente questo non riguarda solo i “caduti” nelle battaglie di cricca, ma a anche di quelli non ancora sfiorati dal malaffare: siamo di fronte a una manovra economica allo stesso tempo pessima e banale, indegna persino di un governo balneare democristiano. Eppure il dominus  Tremonti era il “creativo” e non appena ha sfornato un libercolo integralmente copiato dalla pubblicistica conservatrice americana degli anni ’90, ecco che si è fatto il nome di Colbert.

Si Col c’è ma il resto non è bert , inizia con “c”. Un buttafuori alla difesa, agli esteri  un rappresentante di intimo femminile, un tastierista agli interni, alla cultura Bondi e qui basta la parola: qualsiasi aggiunta sarebbe migliorativa dando l’impressione che il ministro in qualche modo sia. Per non parlare del resto: l’elenco sarebbe lungo e squallido.

Si andrà presto fuori strada: se qualcuno pensa che l’autista rallenterà per stanchezza e si fermerà all’autogrill, se qualcuno pensa che se uscirà con qualche manovra di palazzo, non ha ben capito dove e con chi siamo.

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