Ormai si va avanti a Duce. Dvd, applicazioni , discorsi: la destra più becera non trova di meglio che affondare la propria incapacità nel passato. E naturalmente anche il premier, nei consessi internazionali, si mette a citare Mussolini, naturalmente a modo suo, utilizzando i falsi diari di dell’Utri. Ci sta male senza che da qualche parte non venga evocato un universo di menzogne e infingimenti.

Ma questa voglia di fascismo  che ormai trasuda a gocce da molta parte delle classi dirigenti reazionarie e dal suo leader dotato di balcone mediatico, non è soltanto l’involuzione politica finale del quindicennio berlusconiano. Esplode anche perché, in un mondo così diverso, affiorano paralleli e similitudini che indurrebbero anche i più scettici a vedevi una mistica reincarnazione.

In questi giorni di manovre e di appelli al popolo si può toccare con mano come il mondo berlusconiano sia improntato esattamente come quello di Mussolini al bluff, all’immagine, a un’ideologia tutta basata sul fatto che sia l’apparenza a creare la realtà. Il mito della potenza inesistente per il Duce e quello dell’ottimismo infuso per risollevare l’economia in Berlusconi. Entrambi del resto hanno puntato tutto sui mezzi che creano la rappresentazione: i media.

Un sistema che crea effetti catastrofici e paradossali. Pochi sanno, ad esempio, che nei primi concitati mesi del ’40, mentre le classi dirigenti produttive, politiche e militari, scongiuravano il Duce di non entrare in guerra, ben consci dell’impreparazione totale del Paese, da un’indagine segreta, effettuata dal capo della polizia Bocchino, emerge che ceti popolari e piccola borghesia erano invece in maggioranza favorevoli all’entrata in guerra, completamente obnubilati da anni di propaganda guerriera.

Ma non è solo questo il parallelo. Un altro ancora più calzante e attuale viene alla luce in questi giorni. Dopo la grande crisi del 29, l’arretratezza del sistema produttivo e bancario italiano, meno sensibile ai contraccolpi, diede l’illusione che l’Italia potesse cavarsela meglio di altri e naturalmente il regime attribui a se stesso il merito di questa apparente tranquillità. No sembra di udire il ritornello: ce la stiamo cavando meglio degli altri?

Ma poi, a partire dal 1930 cominciarono ad addensarsi le nubi più nere: si cominciò con i fallimenti a catena, la chiusura delle fabbriche, l’impennata della disoccupazione, l’aumento incontrollato del debito pubblico, la riduzione degli stipendi  degli impiegati della pubblica amministrazione e di conseguenza dei salari degli operai. Lo stato attraverso l’emissione di carta moneta o accollandosi direttamente i debiti delle industrie in crisi, creò da una parte la struttura di stato imprenditore, ma anche quel corto circuito politica, aziende, banche nel quale tuttora di fatto navighiamo. Il risultato fu nel nel 35 l’Italia ne uscì assai peggio della maggioranza dei Paesi europei inducendo Mussolini all’impresa etiopica per distrarre gli italiani impoveriti e disoccupati, per tacitare il malumore crescente.

Ne uscimmo con 200 medaglie al valore per i prodi aviatori. Anche quello un effetto speciale e sorprendente: l’Etiopia infatti non aveva aviazione che si potesse contrapporre. Questa volta non avremo nemmeno quelle: solo il valore delle bugie.