La manovra di Tremonti, così come si delinea, è solo un aggrovigliato pasticcio contabile dove non  c’è nulla di strutturale se non la profonda ingiustizia che la percorre. A pagare saranno i ceti deboli, le donne, i pensionati, i giovani, senza minimamente toccare finanza e grandi patrimoni. Aggiungendovi la beffa dell’ennesimo condono tombale sull’edilizia e del mantenimento dei centri di spesa al di fuori di ogni regola.

In aggiunta, è una manovra del tutto insufficiente: 24 miliardi in due anni significa meno del 2% di Pil, quando invece il rapporto tra  debito e prodotto interno lordo è al 105%. Questo significa che si tratta di un provvedimento atto a salvaguardare le prossime emissioni di titoli di Stato, ma niente di più. Ci vorrà ben altro per allontanare il pericolo greco.

E’ infine una manovra bugiarda per molti versi: la demagogia degli spiccioli tolti ai politici, della eliminazione di qualche provincia sotto abitata, purché  non governata dalla Lega, la reintroduzione, peraltro molto attenuata di quegli strumenti di tracciamento fiscale voluti da Visco e che dimostrano la piena volontà del governo Berlusconi di favorire l’evasione nei suoi due anni di vita. L’abbandono di strumenti per il controllo e la razionalizzazione della pubblica amministrazione. Un mefitico gorgo di cattiva coscienza.

Vengono colpite pesantemente anche le Regioni o meglio i servizi che queste erogano alle fasce meno abbienti della popolazione. Quindi a prima vista sembrerebbe che il premier ombra Tremonti, pappa e ciccia con Bossi, abbia fatto una manovra iper centralista.

Ma non è così. Il caos della manovra nasconde in filigrana il disegno leghista oltre che il suo pensiero economico primitivo. Si tratta di salvaguardare le partite iva contro salari e stipendi, il Nord contro il Sud, i padroncini delle ferriere contro l’innovazione, il privato contro il pubblico. Questo è solo il primo passo: gli altri verranno ad approfondire il solco fra le varie aree del Paese.

Un obiettivo di divisione e di mantenimento dei privilegi che val bene il sacrificio di fatto di un federalismo che la Lega ha sempre venduto come la panacea di tutti i mali, ma che è sempre stata una strizzata d’occhio ai “danè” e alla possibilità che i risparmi su Roma ladrona possano essere trattenuti, come dire,  alla fonte. Cambiare la struttura per non cambiare la sostanza. Il gattopardismo è emigrato al Nord. Con la stessa ingiustizia.